Paolo, regista ragazzino «Con il mio “Diario” racconto un amore gay»

Si chiama Sideri, ha 19 anni, è di Lanciano e con il suo film ha vinto un premio all’Hong Kong Lgbt Film Festival
LANCIANO. Diciannove anni da compiere a ottobre e già due lavori all'attivo: è questo il biglietto da visita del regista lancianese Paolo Sideri, fresco di diploma di liceo e alle prese con gli esami di ammissione all'Accademia d'arte drammatica di Roma. Sideri ha ricevuto il premio del pubblico come miglior pellicola straniera all'Hong Kong Lgbt Film Festival per "Il Diario", uscito a marzo e ambientato proprio a Lanciano, che racconta la storia d'amore di due ragazze nell'arco di trent'anni.
Così giovane e già un premio internazionale: verrebbe da definire Paoli Sideri un enfant prodige.
«Sicuramente non è normale ricevere un riconoscimento del genere alla mia età, ma nel percorso che ho intrapreso non lo considero un punto di arrivo, ma piuttosto un momento di crescita e di passaggio. Di certo è stata una grande sorpresa perché la pellicola era stata presentata fuori concorso e non me lo aspettavo».
Come definisce "Il Diario"?
«Innanzitutto un lavoro giovane, visto che il più "vecchio" dello staff aveva 33 anni; ma anche un piccolo lavoro con un budget ridotto, in quanto è costato circa quattromila euro. Credo abbia colpito la semplicità con cui è stato trattato il tema dell'omosessualità. In molti film che hanno al centro questo tema solitamente c'è sempre il personaggio cattivo, mentre noi abbiamo tolto la parte più violenta e parlato essenzialmente di amore, che non è solo l'amore tra le due donne, ma anche quello fraterno, paterno o tra marito e moglie degli altri personaggi coinvolti. "Il Diario" tratta sì l'omosessualità, ma va oltre».
Come è venuta fuori questa pellicola?
«Dopo "Che fine hanno fatto gli angeli", uscito nel 2014, volevo girare un film sull'omosessualità che colpisse senza scandalizzare. "Il Diario" nasce appunto dal fatto che scrivevo su un diario, che tuttora conservo, tutto ciò che mi veniva in mente: è stata una genesi naturale, poi perfezionata con la stesura della sceneggiatura a quattro mani con Orazio Ciancone. Maurizio Di Marco della compagnia teatrale "Il Monello", con cui ho iniziato a recitare, ne è stato entusiasta e ha deciso di produrlo».
In che modo si è appassionato al cinema?
«A 7 anni facevo riprese con la Super8 di mio nonno, poi ho iniziato a utilizzare programmi come Movie Maker, con i quali smontavo e rimontavo film già fatti: iniziare a montare filmati fatti con una camera compatta è stato quasi un passaggio naturale, e poi è venuto il resto».
Una vocazione nata tra le mura domestiche quindi?
«In realtà, in casa sono l'unico appassionato di cinema, visto che vengo da una famiglia di industriali. Inizialmente i miei lo prendevano come un gioco, ma quando si sono accorti che era una cosa seria mi hanno sostenuto».
A un regista così giovane non rischia di mancare autorità sul set?
«In effetti, durante il primo film, qualcuno ha pensato di ritirarsi quando mi ha incontrato di persona: al telefono attori e tecnici professionisti magari pensavano che avessi 30 anni, ma dal vivo mi hanno visto come un punto interrogativo. Nel secondo film però già non c'è stato più questo problema».
I suoi progetti per il futuro?
«Ho in mente un lavoro abbastanza grande sul senso della vita, della crescita e della morte, che vorremmo vendere a Sky. Anche questo sarà autofinanziato e fatto grazie alla collaborazione di amici e colleghi con i quali ci scambiamo "favori di lavoro"».
L'Abruzzo è un buon posto per fare cinema?
«Purtroppo siamo una delle poche regioni a non avere una film commission: viene vista come una perdita di soldi, e non si vuole capire che un film, oltre a offrire un ritorno di immagine, può portare fino a un centinaio di persone che vive e consuma sul posto creando indotto. Eppure dal punto di vista scenografico abbiamo un immenso paesaggio naturale per il cinema: in particolare nella nostra provincia, dove in ogni punto puoi trovate ispirazione. Girerei qui anche se dovessi dirigere una produzione milionaria».
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