Paolo Virzì: «Siccità non è solo un film amaro: è la mia preghiera laica»

Sarà domani sera a Spoltore per accompagnare il suo ultimo lavoro In cui «c’è disperazione ma anche speranza nella vita, che continuerà»
«Nel momento in cui le strade delle nostre città erano deserte, ed eravamo chiusi ciascuno a casa propria, connessi l’uno all’altro solo attraverso degli schermi, ci è venuto naturale guardare avanti, interrogandoci su quello che sarebbe stata la nostra vita dopo. Abbiamo iniziato a fantasticare su un film ambientato tra qualche anno, in un futuro non così distante dal presente». Come spiega Paolo Virzì, il suo nuovo film Siccità, quindicesimo lungometraggio di finzione di un quasi trentennale e premiatissimo cammino di regista e sceneggiatore, è nato durante la prima chiusura del Paese nella fase più drammatica e sconosciuta dell’epidemia Covid. Con lo scrittore Paolo Giordano, il cineasta toscano ha ideato il soggetto di un film corale, con tanti personaggi in una Roma assetata in cui non piove da tre anni, il Tevere scomparso, l'invasione di blatte, una misteriosa malattia che si diffonde. Nella sceneggiatura si sono poi aggiunti Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Sara Serraiocco, Max Tortora, Vinicio Marchioni, Elena Lietti, Monica Bellucci, Gianni Di Gregorio, Paola Tiziana Cruciani e tanti altri interpretano personaggi le cui vicende sembrano procedere autonomamente, per rivelarsi man mano collegate in un intreccio più ampio del proprio “particulare”. «Una galleria di personaggi ugualmente innocenti e colpevoli, un’umanità spaventata, affannata, afflitta dall’aridità delle relazioni, malata di vanità, mitomania, rabbia, che attraversa una città dal passato glorioso come Roma, che si sgretola e “muore di sete e di sonno”», sottolinea ancora Virzì, che accompagnerà il suo film all’Arca domani.
In fase di sceneggiatura lei e i suoi colleghi avete mai avuto la sensazione che la realtà, con l’incattivirsi delle persone, stesse superando quello che scrivevate?
Da quello che ci ha ispirato, la crisi che stavamo attraversando su tanti versanti, è uscito nel film un sentimento di pietas ma anche, per usare ancora un termine latino, una certa gravitas nel guardare al come stavamo diventando, al come siamo diventati. Siccità è stato recepito come un film che si porta dentro un sentimento tragico oltre al lato di commedia, con i suoi personaggi buffi. Forse sì, ce n’eravamo accorti del collasso della nostra società, attraversata da sentimenti d’odio, ferocia, narcisismo, vanità. E paura. Oggi siamo addirittura a ridosso di una possibile terza guerra mondiale. Però il film prova a trasformare questo senso di sgomento in una preghiera laica, in quella specie di danza finale.
Non è d’accordo quindi con chi ritiene il film pessimista?
Tutti i sentimenti, anche i più cupi, sono ambivalenti. C’è la disperazione ma anche speranza nella vita, che continuerà, almeno in una piantina (chi ha visto il film capirà a cosa si riferisce Virzì con la sua ironia, ndc), forse anche nelle bislacche strampalate amicizie di alcuni personaggi. Il film si chiude con una sorta di collettivo bagno purificatore.
Tra le allegorie del film, l’epidemia di sonno è un’accusa a chi chiude gli occhi sul disastro climatico?
Le paure, le emergenze generano un torpore collettivo, come se intorpidendoci per la paura non riuscissimo a reagire. C’è questo aspetto sì, e lei l’ha colto.
Nelle figure del teatrante Alfredo, Tommaso Ragno, e del professor Del Vecchio, Diego Ribon, ridicolizza il narcisismo che accomuna molti artisti e alcuni scienziati. Teatro e scienza hanno poco da dire?
L’essere umano ha questa insidiosa malattia di specchiarsi nella propria vanità. E i commedianti sono pronti lì a cogliere questo aspetto allegoricamente. I due personaggi sono due maschere. Ma la scienza e il teatro ci servono.
Ha scritto il film già pensando agli interpretati? E come ha scelto Sara Serraiocco?
Per i personaggi principali sì, avevamo già in mente Valerio Mastandrea, Silvio Orlando… A Sara non ho pensato subitissimo, anche se nella scrittura immaginavo un’interprete così. All’inizio non ci siamo potuti incontrare per le restrizioni anti Covid, abbiamo fatto via skype una lettura della scena col padre, e quando Sara ha provato a dire per la prima volta la sua parte si è commossa e ci ha commosso, avevamo tutti i lucciconi. Sara è un talento pazzesco, formidabile, un fenomeno, sono molto contento che abbia fatto quel ruolo.
A Venezia il film ha vinto il Premio Pasinetti con l’intero cast.
Non ci aspettavamo premi perché Siccità non era in concorso, siamo stati tutti molto felici per questo riconoscimento del Sindacato giornalisti cinematografici.
Ha fatto molto ricorso agli effetti speciali?
La post produzione digitale è stata una parte importante del lavoro per creare una visione di Roma assolata, desertica, il Tevere senza acqua, gli incendi, gli alberi secchi, l’alterazione dell’habitat. È stato fatto un lavoro molto meticoloso, audace, difficile, con una metodologia molto avanzata, insieme a Frame by Frame, compagnia italiana che lavora in produzioni internazionali. Finora avevo usato la tecnologia digitale per cancellare, per esempio le antenne dai tetti in un film in costume. In Siccità l’ho usata per la prima volta per creare.
Sono passati ventisei anni da Ferie d’agosto, in cui metteva in scena sinistra radical chic e destra ignorante. Quella sua analisi sembra ancora attuale, e alla fine alle elezioni vincono i Mazzalupi sulla sinistra snob dei Molino.
Tante cose sono assimilabili, altre sono cambiate tantissimo. Il film era la contrapposizione tra l’Italia del karaoke e l’Italia dei libri di filosofia. Però nella destra di oggi c’è meno gioia e invece molta cupezza e paura, nella sinistra dei progressisti c’era ancora un senso dei legami e comunità affettiva che oggi mi sembrano scomparsi, tra rivalità e lotte fratricide.
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