Pier Vittorio Buffa: vi racconto le storie delle persone finite nella Tomba dei vivi

11 Aprile 2017

Nel saggio del giornalista anche due abruzzesi morti nel carcere di Santo Stefano e l’isola di Ventotene dove Mussolini mandava al confino gli antifascisti

di Giuliano Di Tanna

Pasquale Donatangelo muore per “anemia e deperimento organico” a cinquantadue anni, il 9 aprile 1944. È di Ortona. Salvatore Iacovitti, di Francavilla, il 23 agosto 1914, alle 12.30, muore per emorragia cerebrale. . Tutti e due erano finiti dietro le sbarre per omicidio. Il carcere è quello di Santo Stefano sull’isola omonima a un miglio da quella di Ventotene, dove Mussolini fece rinchiudere gli oppositori al fascismo. Le storie dei due carcerati abruzzesi sono solo due pezzi del vasto puzzle che Pier Vittorio Buffa ha ricomposto, come in un’ideale Antologia di Spoon River, nel suo nuovo libro, “Non volevo morire così” (288 pagine, 16 euro, Nutrimenti), che arriva sugli scaffali, in questi giorni, con la prefazione di Emma Bonino. Buffa, 65 anni, romano, scrittore e giornalista (ha lavorato all’Espresso ed è stato direttore del Centro), racconta le storie di Santo Stefano e di Ventotene, dove si incrociano i destini dell'Italia, dell'Europa e delle migliaia di uomini costretti a viverci: il comunista Rocco Pugliese, ucciso dai secondini di Santo Stefano; il partigiano greco Giorgio Capuzzo; l'uomo che aveva ucciso per amore. Vite di detenuti e di ergastolani finite dentro le mura del carcere di Santo Stefano, chiuso nel 1965, che oggi raccontano cosa è stata la “Tomba dei vivi”. Vi furono imprigionati ladri, assassini ma anche innocenti. E anche uomini come Sandro Pertini e Umberto Terracini, condannati dai tribunali speciali fascisti.

IL GARZONE DEL FORNAIO. «I ferri ai polsi, a Salvatore Jacovitti, li avevano messi all’inizio del Novecento a Chieti, in via Nicolò Toppi», scrive Buffa. «Lì c’era un fornaio presso il quale Salvatore lavorava come garzone, un garzone di sessantun anni. Salvatore passa la mattina dell’8 settembre 1905 con gli amici, a “bere e cantare” in una cantina non lontana dal forno. Poi, in “evidente stato di ubriachezza”, va al lavoro. Ma proprio davanti al forno c’è un bambino, figlio di una negoziante della stessa strada. Salvatore, forse solo per scherzo o perché infastidito di trovare quel bimbo sulla sua strada, gli dà un calcio. Il piccolo Nicola cade per terra ma, anche se ha solo cinque anni, reagisce con un secco “fan culo a mammeta”. Salvatore cerca di dargli un altro calcio, arriva Filomena, la madre di Nicola. La donna protesta, dà una spinta all’anziano garzone ubriaco e il piccolo incidente sembra finire così. Per Salvatore invece tutto deve cominciare. Entra nel forno, si toglie la giacca, prende un coltello “di genere non proibito” e torna fuori, va dritto al negozio della mamma di Nicola. Sulla porta c’è la figlia sedicenne di Filomena che scappa all’interno. Si fa sotto suo fratello Luigi. Salvatore lo minaccia con il manico del coltello. Poi arriva, chissà da dove, Annunziata, la terza figlia di Filomena, di dodici anni. Non sa nulla di quello che è successo e Salvatore “senza proferire parola gli inferse un colpo del coltello di cui era armato sotto la mammella sinistra, regione del cuore, producendole una ferita in seguito della quale cessava di vivere poco dopo nell’ospedale”». Arrestato, Iacovitti viene condannato all’ergastolo. La sentenza della Cassazione arriva appena sei mesi dopo.

«Salvatore non ha mai ammesso di aver ucciso. Sin dal primo momento dell’interrogatorio nella caserma dei carabinieri ha detto di “nulla ricordare”. E quando arriva sull’isola maledetta fa scrivere nel proprio fascicolo che è innocente, che la condanna gli sarebbe stata inflitta “per la fallacia dei testimoni”. È il 24 maggio 1906, poco più di otto mesi dai fatti di via Toppi. Salvatore ha sessantadue anni e sembra rassegnato, segue in silenzio le regole del carcere. Non fa domande, non viola il regolamento. Da casa ogni tanto gli scrivono, del cibo si accontenta. Poi si ammala, i registri parlano di emiparesi destra, esito di un ictus. Da casa arrivano sempre meno notizie. Diventa inquieto. Chiede, scrive, combatte per mantenere in vita il corpo e l’anima». Il 23 agosto del 1914, mentre l’Europa e il mondo si preparano alla prima grande carneficina del secolo breve, muore senza essere mai riuscito a risdtabilire rapporti con la famiglia in Abruzzo, inghiottuto dalla “tomba dei vivi” del carcere di Santo Stefano. «Jacovitti Salvatore», scrive buffa, «ha lasciato nella sua cella due fazzoletti, due mutande, tre maglie, quattro paia di calze, due fotografie. Sul conto del carcere 29,21 lire».

SETTE MESI IN PIÙ. «Pasquale Donatangelo muore per “anemia e deperimento organico” a cinquantadue anni, il 9 aprile 1944. È di Ortona a Mare, sull’Adriatico, vicino a Pescara. Ed è lì che sua moglie, Margherita Graziani, attende notizie. C’è la guerra, l’Italia è divisa in due, e proprio lungo la costa adriatica si combattono sanguinose battaglie. Quella di Ortona è della fine del 1943, vi muoiono più di mille civili. Margherita immagina Pasquale al sicuro, perché il carcere dov’è rinchiuso dovrebbe essere in una parte d’Italia già in mano agli alleati e fuori dalla guerra. Per questo non si preoccupa più di tanto, lascia che il tempo scorra, che la vita torni com’era, che la posta riprenda a funzionare. Ma passa troppo tempo, mesi e mesi senza sapere nulla. Forse scrive lettere al marito che non ricevono risposta. Forse vede arrivare lettere ai vicini e non a lei. Così, dopo un anno intero senza che abbia più nemmeno una cartolina che la rassicuri sulla salute di Pasquale, decide che deve fare tutto il possibile per avere notizie».

Ma a nulla valgono le lettere inviate alla direzione del carcere. Finché, sette mesi dopo, «arriva un’altra lettera. Viene dal Vaticano, dalla Segreteria di Stato di Sua Santità (il papa è Pio XII), ha la data del 6 novembre 1944 e il numero di protocollo 00623613». A questo punto, « la direzione del carcere non può più aspettare. Il 12 novembre il direttore Italo De Paolis manda una nota al sindaco di Ortona perché comunichi “alla signora Graziani Margherita costì domiciliata che il proprio marito Donatangelo Pasquale decedette in questo istituto in data 9 aprile 1944 per anemia e deperimento organico». In una finale, compassionevole, annotazione, Pier Vittorio Buffa scrive: «La tomba di Pasquale Donatangelo è una delle trentanove su cui è rimasto il nome».

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