Pierluigi Di Lallo a “Storie”: ogni film ha la sua anima, in auto invento i personaggi

3 Maggio 2022

Ha fatto la gavetta negli anni d’oro dei villaggi turisti con migliaia di persone affollate: «Erano i mitici anni Novanta e nei villaggi della Costa Smeralda c’erano 5mila posti letto con 180...

Ha fatto la gavetta negli anni d’oro dei villaggi turisti con migliaia di persone affollate: «Erano i mitici anni Novanta e nei villaggi della Costa Smeralda c’erano 5mila posti letto con 180 animatori: lì ho capito che fare gli spettacoli era il mio mondo». Poi, una parentesi da attore: «Ero bravo, ma mi veniva quasi troppo facile». Alla fine, ecco che la strada si illumina e lo spinge verso una sedia: quella da regista. Pierluigi Di Lallo è giunto al suo terzo film, “Troppa famiglia”, in uscita a breve. Di Lallo, originario di Rocca San Giovanni, si racconta in un’altra puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete 8 in collaborazione con il Centro in onda questa sera alle 21 per la regia di Antonio D’Ottavio (repliche il mercoledì a mezzanotte, sabato alle 22 e martedì alle 13.30). «Ogni film ha una sua anima», dice Di Lallo, uno che non può non farsi i film in testa: «Me ne faccio tantissimi». La parola d’ordine per arrivare al pubblico è curiosità: «Sono sempre stato curioso. A volte, quando faccio la spesa, seguo le persone con lo sguardo e immagino storie». Carpire sprazzi di realtà, poi mescolarli alla fantasia e portare il tutto sul grande schermo con il taglio dell’ironia. Perché Di Lallo è convinto di una cosa: «Le cose serie si possono dire con leggerezza».
I primi video li ha realizzati da bambino girando in paese con la telecamera: «Era quasi un giocattolo, facevo le cavolate con i miei amici: filmavo di tutto e facevo interviste un po’ a caso». Poi, gli spettacoli con il gruppo della parrocchia: «La recitazione mi aiutava a vincere la timidezza». Sul suo futuro, Di Lallo non ha mai avuto dubbi fin dall’inizio: un passo dopo l’altro, ha incontrato soltanto conferme. «Ho avuto sempre l’appoggio di mio fratello, io e Nicolino siamo una cosa unica, mai litigato; invece con mia madre Fiorenza, fino ai 35 anni, è stata dura: mi diceva di trovarmi un lavoro. Una donna forte, con una marcia in più. Senza di loro non saprei come fare: per me sono linfa».
L’esordio al cinema con “Ambo”, film con Adriano Giannini e Serena Autieri in cui domina la Costa dei trabocchi; poi “Nati due volte” con Fabio Troiano ed Euridice Axen in cui Di Lallo, partendo da una storia vera, racconta l’odissea di cambiare sesso; adesso “Troppa famiglia” con Ricky Memphis, Antonello Fassari e Rocio Munoz Morales, un omaggio a “Parenti serpenti” di Mario Monicelli ambientato in una Rapino del 2020 alle prese con il Covid, tra ansie e paure da esorcizzare.
Le svolte dei film nascono ovunque, soprattutto in macchina sulla strada per Roma: «Io parlo con i miei personaggi, spesso quando sono da solo in macchina scatta una situazione e comincio a comunicare con loro». Film, quelli di Di Lallo, con l’Abruzzo che dice sempre presente, tra luoghi del cuore e attori di casa nostra.
Vincitore del Premio Flaiano per l’Abruzzo nel 2017, due anni dopo Di Lallo ha trionfato anche all’Italian contemporary film festival in Canada: una sorpresa perché il suo film, “Nati due volte”, non era in concorso ma ha conquistato lo stesso tutti come opera più vista. «Quando mi hanno chiamato mi tremavano le gambe ed Ezio Greggio mi ha detto: “Guarda che hanno chiamato te”». Il suo posto è là: dietro la macchina da presa. L’ha fatto anche per uno spot con Gianmarco Tognazzi, “La Cooperazione internazionale, il miglior investimento per il futuro”, diventato una campagna del ministero degli Esteri, e per il videoclip “You can be” dei Planet Funk ambientato a Roccaraso con il treno della transiberiana d’Abruzzo.