Piero Angela: quante storie nel mio lungo viaggio

Folla di giovani all’incontro con il giornalista all’Aquila per presentare il suo libro «In Italia oggi l’educazione e la cultura non sono sentite come una priorità»
Le note dell’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach, la conosciutissima sigla prima di Quark e poi di Superquark, interpretate dal complesso musicale “Vincenzo Guglielmi”, sono quasi coperte dagli applausi per l’ingresso di Piero Angela nell'auditorium Sericchi del complesso Strinella 88, all’Aquila.
In tanti sono ancora fuori dalla porta, centinaia di persone che avrebbero voluto partecipare, ieri pomeriggio, all’incontro condotto da Claudio Robimarga e organizzato da Nuova Acropoli in collaborazione con Bper Banca, con il giornalista, conduttore e divulgatore scientifico, per presentare il suo nuovo libro, Il mio lungo viaggio (Mondadori), insieme alla soprintendente ai Beni culturali per L'Aquila e il cratere, Alessandra Vittorini, all'antropologo Mario Santucci e alla dirigente del liceo Classico, Serenella Ottaviano. «Tanti giovani», sottolinea lo stesso Angela, dall’alto dei suoi quasi 90anni, «ragazzi a cui dico: Vi voglio bene. Non mollate».
Il giornalista e conduttore televisivo, seppur in ritardo già più di mezz’ora rispetto all’orario stabilito, trova il tempo anche per rispondere a qualche domanda, prima di cominciare il racconto del suo libro, o meglio delle «tante storie che contiene».
Un nuovo libro a 90 anni. Che significa avere la sua età?
«Mi sento benissimo. Sto bene soprattutto perché la mente funziona. Bisogna tener pulite le carotidi e per fortuna le mie lo sono. L’ossigeno arriva ancora. Novant’anni vuol dire accumulare molte esperienze, di cui si possono rimettere insieme i vari pezzi. Non rimpiango i miei vent’anni, i miei 40 né i miei 50. Sto bene così. Ho solo qualche problema alle ginocchia».
Oggi racconterà a un nutrito pubblico il suo libro. Di cosa tratta?
«Nel mio libro ci sono tanti personaggi, tante storie. In fondo parla anche un po’ della storia della televisione. Ho cominciato a lavorare in Rai prima che fosse televisione, con la radio. Ci sono un po’ di storie dietro le quinte, di personaggi che erano conosciuti e che magari i giovani di oggi non ricordano neppure. Prima stavo parlando con la persona che mi ha accompagnato di Arrigo Levi. Lui non sapeva chi fosse. La televisione ha questa caratteristica: passa presto nell’oblio. Il cinema, invece, conserva i personaggi. In tv bisogna rinnovarsi sempre».
Lei è stato protagonista di molti cambiamenti della televisione. Meglio ieri o oggi?
«La televisione è cambiata in peggio o in meglio, secondo da che punto di vista si guarda. Non rimpiango la televisione degli inizi che era paludata, molto meno vivace. Oggi purtroppo c’è tutta la parte culturale che zoppica. La rincorsa all’ascolto porta a realizzare programmi più facili, meno impegnati. Ho fatto varie proposte per correggere questo modo di fare, ma questo Paese non è sensibile in tal senso. L’educazione e la cultura non sono sentite come una priorità, neanche dalla politica».
Si aspettava un’accoglienza del genere?
«Mi capita di arrivare in luoghi dove tanta gente non può entrare. Qualche volta ci sono anche tensioni. Dico sempre agli organizzatori di trovare posti ampi perché mi spiace molto per chi non può partecipare. Qui sono tutti giovani tra l’altro. Cosa che mi fa molto piacere, perché dimostra che anche un vecchietto come me può essere amato dai ragazzi. Ricevo manifestazioni d’affetto che mi commuovono. Grazie ai ragazzi, anche quelli che non sono potuti entrare. Voglio dire loro “vi voglio bene”. Voi siete il futuro, specialmente in questa città che ha bisogno di ragazzi in gamba per tenersi su».
Aveva già visitato L’Aquila dopo il terremoto?
«Sono venuto alla vigilia di questo disastro terribile. La città si sta pian piano riprendendo, ma è una ferita così profonda che ha colpito il cuore. È una tragedia, ma gli aquilani hanno sempre dato prova di forza e i giovani sono quelli che devono trainare la ricostruzione. Ho vissuto i bombardamenti durante la guerra e mi è sembrato di riviverli qui: le case crollate, fessurate. Ma soprattutto la gente è stata colpita, più che gli edifici che si ricostruiscono: sono le persone che hanno bisogno di essere incoraggiate e aiutate».
©RIPRODUZIONE RISERVATA