Piero Delle Monache: la mia vita travolta dalla passione per il jazz

4 Febbraio 2018

Il sassofonista pescarese racconta il suo amore adolescenziale che lo ha portato fino in Giappone «Ho iniziato a suonare all’età di 13 anni affascinato da uno spot pubblicitario della birra»

«La musica mi ha travolto». Compie oggi 36 anni Piero Delle Monache. Una vita vissuta con la musica e per la musica. Una compagna di viaggio che lo ha folgorato da giovanissimo e che lo ha portato a raggiungere traguardi sempre più prestigiosi. Annoverato tra i dieci migliori sassofonisti italiani, il musicista pescarese ha incantato città come Istanbul, Parigi, Johannesburg, Bruxelles, la nipponica Osaka, l’Africa subsahariana.
Cosa vede se si guarda indietro.
La musica per me è stato qualcosa di travolgente. Ho iniziato a suonare all’età di 13 anni. Il sax è arrivato in modo casuale, grazie a una pubblicità, quella della birra Heineken: un sassofonista e un clarinettista si incontrano in un locale e intorno a loro si crea una festa; sono rimasto affascinato. Oggi continuo a vivere la musica come un momento di festa, anche se negli anni si sono aggiunti altri significati. La musica mi ha dato l’opportunità di conoscere persone in tante parti del mondo. Grazie al sax è arrivato il jazz. Da lì è nata una passione che mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza. Da ragazzini eravamo tutti nerd per qualcosa: io per il jazz.
Quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua vita?
Già intorno ai 17-18 anni ho iniziato a suonare professionalmente, entrando in gruppi di musicisti che avevano il doppio della mia età. Parallelamente al liceo, frequentavo l’Accademia musicale pescarese. Gianluca Esposito, il mio primo maestro di sassofono, mi ha trasmesso una grande passione per questo strumento. Altra tappa essenziale sono stati gli anni a Bologna, dove ho frequentato l’università. Prima di iscrivermi a Scienze politiche, ero iscritto al Dams. In quel periodo sono entrato nell’Orchestra diretta da Teo Ciavarella, un pianista che mi ha insegnato molto, e ho continuato a suonarci per tutti gli anni che ho trascorso lì. A Bologna sono entrato in contatto con i musicisti che avevano vissuto la grande stagione jazz. Un punto di riferimento, sotto tanti punti di vista, è stato il sassofonista Piero Odorici, che contattai, desideroso di continuare a studiare, quando mi sono trasferito. Casualmente, pochi mesi dopo averlo conosciuto, sono andato a vivere di fronte casa sua. Quello è stato il momento in cui ho capito che la musica stava assumendo un ruolo sempre più importante. Quelli di Bologna sono stati anche gli anni dei primi concerti a mio nome fuori Pescara. Avevo 22 anni quando il quartetto di Piero Delle Monache ha iniziato a esibirsi. Il primo concerto lo abbiamo tenuto a Modena. Con me suonavano Pierluigi Esposito, Angelo Canelli, straordinario pianista di Vasto comparso una decina di anni fa, e Gabriele Pesaresi.
E dopo?
La fase bolognese si è conclusa con il biennio di jazz in Conservatorio, anche se mi ero già trasferito a Roma. Ho vissuto la Capitale in un periodo in cui era molto attiva musicalmente. Sono stati gli anni degli A24, la mia prima vera esperienza discografica, ma anche gli anni in cui ho avuto l’opportunità di fare da assistente a due grandissimi sassofonisti americani, Mark Turner e Chris Potter. Avevo tanta voglia di trovare un mio linguaggio, una mia dimensione. Dopo Roma sono andato a Bruxelles. Ho pubblicato il primo album a mio nome, “Welcome”, nel 2010: un benvenuto nel mio mondo. Ho avuto, poi, una collaborazione importantissima con l’etichetta Parco della Musica Records, con cui ho pubblicato gli album “Thunupa” e “Aurum”. Nel 2015 ho suonato per il decennale della Casa del Jazz di Roma come sax tenore: una realtà che sembrava inarrivabile. Molto importante è stato l’incontro con il producer Maurizio Bilancioni, che mi ha aperto la visuale sul mondo dell’elettronica.
Il suo nuovo lavoro discografico, “Road movie”, raccoglie gli ultimi cinque anni di musica dal vivo suonata in giro per il mondo. L’etichetta che lo ha lanciato, Da Vinci Jazz, è giapponese, gestita da un italiano di stanza a Osaka. Come nasce?
Raccoglie registrazioni fatte tra il 2012 e il 2017. Da quando ho presentato “Thunupa” in un concerto al Teatro Marrucino di Chieti fino allo spettacolo “SoloSé” al Teatro Massimo di Pescara, passando per concerti in Italia e all’estero. Mette insieme concerti in quartetto, in solo e collaborazioni estemporanee. Il lavoro è stato concepito all’interno di PortaSale, che è da un anno il mio spazio polifunzionale. L’ho chiamato così perché a fianco c’era la porta di accesso alla fortezza di Pescara, che veniva chiamata Porta Sale. Questo album è frutto della collaborazione tra questo marchio e l’etichetta italo-giapponese Da Vinci.
Ha conosciuto il produttore nel 2016, in occasione della sua esperienza in Giappone, ospite dell’Istituto italiano di cultura di Osaka con Tito Mangialajo e Alessandro Marzi. Che ricordo ha di quella esperienza?
In Giappone c’è tanta passione e curiosità per il jazz in generale e quello italiano in particolare. Il mio è un caso un po’ a sé. Le mie composizioni sono frutto dell’ascolto, dello studio, della passione, ma ci sono tante influenze: il pop, il cantautorato, la musica elettronica. La reazione del pubblico è stata molto positiva. La musica è un linguaggio universale, se suoni con sincerità e autenticità puoi arrivare a chiunque, anche a chi non ha mai ascoltato cose simili alle tue.
Musicista, docente, compositore, direttore artistico. C’è qualche altro traguardo che vorrebbe raggiungere?
Fare una tournée pop e comporre la colonna sonora di un film. Mi piacerebbe insegnare al Conservatorio, è un mio sogno nel cassetto. E collaborare con Jovanotti.
Cosa significa per lei rappresentare l’Abruzzo in Italia e all’estero?
E’ una bella responsabilità. Sicuramente l’influenza della mia regione c’è nella mia musica. Un mio pezzo, “Risacca”, è ispirato al suono che ho sentito per una vita. Ci sono tanti ottimi artisti abruzzesi con cui ho collaborato. Un ringraziamento particolare vorrei farlo a Lucio Fumo, verso il quale provo grande gratitudine. E’ lui che ha portato il jazz in Abruzzo, dando il là a un importante movimento di musicisti. Altra colonna portante della mia vita è l’amore: Federica è con me da 16 anni, una musa ispiratrice con cui collaboro a livello creativo e artistico.
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