Pirandello e il grottesco dell’esistenza all’Aquila

Il Tsa propone il capolavoro del premio Nobel “Uno nessuno e centomila” nella versione ironica e paradossale di Capodici
L’AQUILA. «La scena è abbacinante, di un bianco perfetto, luminoso, totale. Una scatola bianca. A una visione più attenta capiremo che le pareti non sono così “innocenti” come sembrano». Note di regia Antonello Capodici racconta partendo dalla scenografia, come ha “disegnato” il suo “Uno nessuno e centomila” che la stagione del Teatro Stabile d’Abruzzo propone all’Aquila stasera, ore 21, e domani alle ore 17.30, sul palco del Ridotto, con Pippo Pattavina e Marianella Bargilli e con Rosario Minardi, Giampaolo Romania e Mario Opinato.
Una ironica, moderna, divertente, umoristica, spiritosa, paradossale, leggera, istrionica versione teatrale del capolavoro di Luigi Pirandello: il suo romanzo per antonomasia. Pubblicato nel ’25 a puntate, in versione definitiva l’anno dopo, ma iniziato nel decennio precedente, l’ultimo romanzo del genio agrigentino è la summa del suo pensiero, della sua sterminata riflessione sull’Essere e sull’Apparire, sulla Società e l’Individuo, sulla Natura e la Forma. «Un’overture dalla quale si dipanano sia la vicenda che il suo commento», spiega ancora il regista. «Siamo in molti luoghi, cioè in nessuno. La mente del Protagonista, certo. Ma anche una cella, una stanza d’ospedale o di manicomio. È un luogo “non-luogo”, che però si riempie subito di visioni. Ecco, allora, che le pareti della scatola, risultano sì bianche, ma come calcinate. Intonacate da materiale denso, grumoso, impervio».
I personaggi sono grotteschi, iperrealistici: Firbo, Quantorzo, Dida, Maria Rosa, il Padre, Marco Di Dio e Diamante, il Notaio Stampa, Padre Sclepis, il Giudice, il Suocero. Vitangelo ha pure il suo doppio in scena: un Gegè anagraficamente in “parte”; alcuni episodi sono “vissuti” da questa proiezione giovanile, altri da Vitangelo maturo, in un gioco drammaturgico e scenico di incastri e rimandi. «E c’è l’eleganza formale di un maestro come Pattavina: spensierato narratore in flashback», sottolinea Capodici, «furente doppio di sé stesso nelle vicende più dolorose. In questo auto-sostituirsi, c’è persino il possibile riscatto all’impotenza originaria, all’inanità di una esistenza precedente, inconsapevolmente sprecata. E il “femminile”, mutevole, soggiogante, oscuro e ambiguo: Marianella Bargilli, inquieta e inquietante, perfetta nel travasare elementi di contrasto di un personaggio nell’alchimia dell’altro». Certo, l’impianto narrativo tradizionale, lo colloca nel solco delle produzioni “borghesi” di Pirandello, «Ma la struttura drammaturgica non tragga in inganno», avverte il regista: «ribolle delle stesse ferocie familiari che hanno reso l’Autore, l’intelligenza più acuta, crudele, definitiva di tutto il Novecento. Oggi parleremmo di “disfunzionalità” e “disturbi del comportamento”. Pirandello, infatti, anticipando di decenni le conclusioni della “Gestalt”, descrive, in realtà, dei sintomi. Scopre, fra le pieghe di un apparente “feuilleton”, una vasta rete di disturbi e nevrosi, epitome di un più ampio malessere, che contagia le società moderne come, tutt’oggi, le intendiamo. Sono tratti di personalità istrioniche; disturbi “border-line”; disturbi ego-sintonici, che i personaggi del dramma hanno tramutato in manie compulsive, in ansie da controllo. Disfunzionalità dell’umore. Bipolarismo. Rimane, infine, la libertà del racconto.