Politica e vita nell’Abruzzo dal 1500 al 1900

Colapietra e Dante conversano nel libro: L’Italia di Mezzo, per una storia delle terre abruzzesi
L’AQUILA. Uno storico che intervista un altro storico è già cosa originale di per sé. Se poi si tratta di Umberto Dante e di Raffaele Colapietra diventa forte la curiosità di andare a leggere quello che ne viene fuori.
Nel mondo accademico fra gli storici quasi mai corre buon sangue. In questo caso è avvenuto un mezzo miracolo: due intellettuali di generazioni diverse (Dante è del 1948, Colapietra del 1931) si sono incontrati, si sono piaciuti e si sono messi a parlare fra loro. Chi li conosce sa che Dante e Colapietra pur avendo insegnato a lungo nelle università (uno in quella dell’Aquila, l’altro in quella di Salerno), sono sempre stati un po’ “anarchici”. Colapietra più solitario, Dante più aperto alle sollecitazioni che gli vengono dal “territorio” e capace di farsi contaminare anche dalla storia “minore” raccontata da ricercatori più meno improvvisati ai quali non ha fatto mai mancare un sostegno. Si tratta alla fin fine di quegli stessi storici “dilettanti” che si affannano sugli scritti “mitici” di Colapietra per cercare un riferimento, una nota a piè pagina, una fonte d’archivio, un nome legato a questo o quel paese d’Abruzzo.
Dalla chiacchierata-intervista è nato un libro “L'Italia di Mezzo, per una storia delle terre abruzzesi” (Carabba , 134 pagine, €15). La parte più godibile del volume è quella iniziale in cui i due spiegano a loro modo come si sono imbarcati in questa avventura. Nella nota introduttiva Dante elenca i luoghi degli incontri: «Sedi universitarie, tavolinetti di caffè, hall di alberghi, sale di ristoranti, insomma una piacevole via crucis dove molto si è divagato restando tuttavia dentro un forte impegno etico e scientifico» e poi racconta come hanno subito messo ben in evidenza le loro differenze ideologiche: «Credo sia stata di grande utilità la precisa delimitazione di confini ideologici reciproci, acutamente imposta sin dall’inizio da Colapietra che, con la sua abituale energia di pensiero, ha assegnato a me un ruolo di conservatore e a sé un ruolo di progressista con vocazioni socialiste. Proprio questa ripartizione ha permesso di colloquiare lucidamente e con reciproco piacere».
Più caustico Colapietra che nella sua “Avvertenza” sottolinea: «Socialista più o meno rimminchionito che io sia, dunque, come va che io m’intrattengo in colloquio e mi lascio largamente intervistare da un nipotino di Salò quale Umberto Dante? Anzitutto Dante è un prodotto neanche tanto remoto della buona borghesia marchigiana, e perciò un “signore” nell’intimo, nel tratto, con tutto quel di ottocentesco e di formalistico che il termine comporta, ed a cui io, da buon aquilano del buon tempo antico, sono particolarmente sensibile. In secondo luogo (e principalmente, si capisce) Dante conosce l’argomento, in parte lo ha studiato, o addirittura scoperto, per conto suo, e con risultati sempre originali, spesso cospicui. Infine, last e tutt’altro che least, Dante mi stima e mi rispetta davvero, e per di più mi vuole bene, il che va molto oltre la forma, e tocca la sostanza per la quale io non sono esclusivamente aquilano».
Colapietra precisa che il loro colloquio «non si è concentrato in particolare, perché non ne valeva pena, su quella modesta cosa che è stata la Resistenza abruzzese, a cominciare dalla chiave essenzialmente esistenziale in cui essa va letta, in primis brigata Maiella ed esercito di liberazione. Tengo a precisare questo perché la diffamazione e possibilmente l’annientamento della Resistenza è l’obiettivo preliminare e maggiore del neofascismo dei nostri giorni, al quale Dante è quanto meno cordialmente vicino. A questo proposito, se non ci fossimo limitati all’Abruzzo, non ci saremmo certamente intesi e avremmo guastato un colloquio che nel suo complesso può risultare non inutile».
Patti chiari dunque sin dall'inizio. Dopo avvertenze e introduzioni il libro comincia a schiudersi sulla storia d'Abruzzo spaziando in linea di massima dal XVI al XX secolo (ma con richiami sostanziosi anche ai secoli precedenti). E qui al lettore, dopo quella di Colapietra, va fatta un’altra avvertenza. Per entrare dentro il testo, assorbirlo, contestualizzarlo e farne tesoro non è indicata una lettura frettolosa.
Chi ha seguito seminari, conferenze, lezioni, interviste di Colapietra sa che il professore è capace di parlare di ogni aspetto della storia abruzzese elencando nomi, fatti, luoghi, date, mettendoli in relazione e offrendo sempre originali chiavi interpretative. Sintetizzare il libro-intervista è dunque pressoché impossibile. Bisogna leggerlo più volte (minimo due-tre) e poi tornare su questo o quel periodo storico per riflettere e collegarlo con quelli che precedono o seguono.
In generale si può dire che Colapietra _ con la “complicità” a volte esplicita di Dante _ smonta tutta una serie di cliché sull'Abruzzo. A pagina 31 Colapietra dice: «Proprio dinanzi al persistere del mito dell’Abruzzo arcaico, remoto e appartato, conviene insistere sul fatto che l’Abruzzo è, in ogni caso, in profondo collegamento con il mondo sin dai tempi più remoti e partecipa intensamente degli eventi e degli scambi prodotti dalla storia. Lo fa però mantenendo al suo interno una realtà più conservatrice e bloccata, periferica rispetto ai processi di trasformazione che nascono altrove».
E poco più oltre: «Credo sia giusto non negare pregiudizialmente, in nome dì un’ideologia regionalista generosamente e doverosamente anti-campanilistica, questa realtà che è una realtà storica: l'Abruzzo esiste ma nella varietà e nelle diversità tra le parti». Sull'economia Colapietra sottolinea: «La fabbrica non è mai entrata in pieno nella vita abruzzese (ma forse è il contrario, l’Abruzzo non è riuscito entrare in fabbrica). Non sono nate famiglie operaie. Il ceto operaio è andato costantemente a convivere con un’agricoltura praticata più per mentalità e abitudine, quasi come valore e identità, che come reale integrazione di reddito».
Dal punto di vista culturale emerge come grandi intellettuali nati in Abruzzo (Croce, Volpe, D'Annunzio, Flaiano per citarne solo alcuni) in realtà hanno poi operato altrove e i loro legami con la terra natia sono flebili. Nel libro si parla della politica e dei personaggi a essa legati (fino ai tempi recenti) ma pure del ruolo “strategico” di città, montagne, fiumi, strade. Leggere il lavoro di Dante e Colapietra è come correre una maratona dentro la storia della nostra regione. Alla fine si arriva stanchi, sudati e con tante “certezze” sconvolte alla radice. Consapevoli però di aver letto un libro piacevole e utile a capire meglio l'angolo di mondo in cui viviamo.
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