Pollock, la rivoluzione dell’action painting

5 Novembre 2018

Roma, al Vittoriano fino al 24 febbraio i capolavori dell’artista statunitense e i grandi della Scuola di New York

«Quando sono nel mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine (...), perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare». Così Jackson Pollock, Jack the Dripper, lo sciamano della Action painting, artista geniale e maledetto, avanguardia di quella energia creativa che, partendo da New York, sconvolse e stravolse l’arte moderna. Esplorando il disagio di non sentirsi inseriti, omologati al gusto imperante, all’indomani del secondo conflitto mondiale.
Fine anni ‘40: la figura umana è collassata, l’uomo ha smesso di dipingere se stesso, abbandona tavolozza e cavalletto e cede alla nebulosa esistenziale. È esplorazione dell’inconscio, il rapporto con la tela diventa azione pura, gesto spontaneo di tutto il corpo senza direzioni, sconnesso, nervoso, sincopato. Un impulso che diventa arte. Colore, gesto e segno pittorico diventano protagonisti assoluti. E’ un’arte complessa, che viaggia alla velocità del nuovo, indecifrabile. La nuova pittura, l’espressionismo astratto, nasce in un’America senza riferimenti dopo la Grande Depressione. Di quel movimento convulso, eccessivo, rivoluzionario, l’esperienza personale e artistica di Pollock è sintesi potente. La tensione vorticosa del colore che, sgocciolante (tecnica del dripping) diventa energia, caos, denuncia, rottura, improvvisazione incessante, irrazionalità, smarrimento. È tutto questo insieme a rendere le sue tele – color field, tela nuda – autentici capolavori. Come la Number 27, punta di diamante della mostra “Pollock e La Scuola di New York” in corso al Complesso del Vittoriano di Roma.
Prestata dal Whitney Museum di New York, la grande tela – olio, smalto e vernice in alluminio – lunga oltre tre metri, occupa uno spazio privilegiato accanto agli altri big della pittura di quegli anni, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline, Robert Motherwell.
Una cinquantina di tele preziose, una carrellata di colori, forme e linee per raccontare gli anni dell'espressionismo astratto. Ciò che rende iconica la Numero 27 (tutte le sue tele sono numerate cronologicamente e sono volutamente senza titolo) è il magistrale equilibrio fra le pennellate di nero e la fusione dei colori più chiari. L’opera è del 1950 e si colloca a metà della produzione artistica dell’artista statunitense. «Colori vividi, armonia delle forme, soggetti e rappresentazioni astratte immergono gli osservatori in un contesto artistico magnifico, l’espressionismo astratto», sottolinea il curatore del progetto espositivo, Luca Beatrice. «Pollock», racconta il critico, «rappresenta il più importante e più popolare artista dell’Espressionismo Astratto americano. Della nuova pittura americana egli è il più noto anche come personaggio oltre che artista tout court, uno che ha modificato il linguaggio della pittura».
Un personaggio ribelle, irrequieto, perseguitato dalla depressione e schiavo dell’alcool. Una vita bruciata, morirà a 44 anni ubriaco al volante della sua auto, nel 1956. È merito di Peggy Guggenheim, miliardaria americana e mecenate dell’arte, che intuita la genialità di Pollock lo consacra con una mostra nel 1943, nella sua galleria newyorkese. Gli anni fra il ‘45 e il ‘50 sono stati per lui i più creativi.
L’uso del colore, il gesto dell’artista è possente, ora violento, ora armonico. I suoi quadri emanano una energia selvaggia e per quanto ancora indecifrabili non possono lasciare indifferente l'osservatore, conviene la critica. Si può parlare di arte indigena, di artista sciamano. Pollock nasce a Cody, Wyoming, lo stato con minore popolazione del Nord America, regione abitata all’arrivo degli europei da diverse tribù indiane.
Fondamentale la fascinazione subita dal giovane artista dalla sand painting - pittura di sabbia, rituale dei nativi Navajo. Altra fonte di ispirazione è la pittura popolare messicana dei murales: ciò che lo interessa è la pittura come “modo di essere” piuttosto che come comunicazione.
Negli anni Cinquanta Pollock è il più noto in mezzo a quel fittizio gruppo di giovani arrabbiati (Angry young men) uniti dal solo intento di rivoluzionare il linguaggio della pittura, ognuno per conto proprio, nel proprio individuale disagio di americani non omologati al gusto imperante. Un percorso sfaccettato e complesso quello in mostra «che testimonia della clamorosa novità di quegli anni, un periodo cruciale che ha cambiato il nostro modo di relazionarci al segno», ha raccontato Alessandro Conti dell’associazione Trifoglio di Chieti, durante la visita guidata alla mostra capitolina. Gli artisti che scelgono di superare l’immagine realistica, rompono con il canone figurativo per tendere a una nuova definizione del concetto di astrazione.
Dal dripping di Pollock si passa alla monocromia assoluta, vibratile di Rothko, all’estremo bianco e nero di Kline (Mahoning, 1956) , alla sfrenata esuberanza di “Door to the river” (1960) di de Kooning. L’espressionismo astratto degli action painter in rivolta, diiventa un segno indelebile della cultura pop moderna. Espressività della forma e astrattismo stilistico influenzano sensibilmente tutti gli anni 50, dalla Beat generation, alla Gioventù bruciata di James Dean, il cool jazz di Miles Davis, la leggenda di Marlon Brando, la nascita del rock’n roll, l’avvento della Pop Art. Non a caso “Pollock e La Scuola di New York” (allestita fino al 24 febbraio) fa il paio con la retrospettiva dedicata “Andy Warhol” allestita nell’Ala Brasini (fino al 3 febbraio) con quasi 200 opere per ricordare il padre della Pop Art a 90 anni dalla nascita.
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