«Potenziamo il Tsa e la Film Commission: il futuro è in Abruzzo»

L’attore marsicano: oggi gli artisti sono costretti a migrare ma la nostra terra è ideale per serie tv e set cinematografici
Eclettico e camaleontico, attore teatrale e divo tv, scrittore e politico. Marito e padre. Lino Guanciale non si fa mancare nulla e oggi, a 43 anni, può considerarsi realizzato. Lo sentiamo mentre si trova a Mira, tra Venezia e Padova, dove è in tournée con lo spettacolo Europeana.
Lino Guanciale, dal teatro al cinema, dalla politica alla scrittura. Tante cose in una sola persona. In quale ordine di importanza le pone?
La prima è quella di genitore, almeno a livello aspirazionale, è il lavoro che mi auguro di riuscire a fare meglio, ma è come se tutte le cose che faccio siano integrate al mio mestiere che è quello di fare l’attore. Poi ricordo sempre quello che ha detto uno come Gian Maria Volonté “Quello che si fa in palcoscenico è sempre un atto politico, perché ti trovi di fronte delle persone che ti ascoltano e, se quello che fai minimamente funziona, ti ascoltano in tanti”.
Il libro Inchiostro sta riscuotendo consensi un po’ ovunque, con richieste di presentazione da ogni parte. Quando e dove in Abruzzo?
Spero prestissimo, ad Avezzano, perché è la mia città. Spero di riuscire a trovare il momento giusto,
La gavetta nella Marsica con il Lanciavicchio e il Teatro dei Colori, poi la scelta di puntare decisamente sulla professione di attore. C’è qualche ricordo in particolare? Qual è stato il momento in cui ha deciso di fare l’attore, deludendo un po’ il papa medico che sperava in una diversa carriera, anche se oggi è il suo primo fan?
Ai miei genitori devo molto perché, pur frastornati della scelta che stavo facendo, mi sono sempre stati vicini. Devo tantissimo a Gabriele Ciaccia del Teatro dei colori: fu dopo un laboratorio fatto con lui che partì tutto, ma non dimentico il Lanciavicchio con l’allora mio allenatore di rugby Alberto Santucci, regista e attore. Gabriele fu il primo a credere che quel giovanotto di 19 anni potesse avere le potenzialità per fare questo mestiere. Il ricordo più bello fu la prova generale dello spettacolo al liceo classico, quando dopo aver recitato la mia parte, tra i compagni di corso serpeggiò l’idea che quello che facevo avesse una particolare efficacia.
In Abruzzo si è creata una buona fucìna di attori. Uomini e donne di qualità che stanno ottenendo consensi. Vede in particolare qualcuno delle nuove leve in grado di conquistare un successo simile a quello di Lino Guanciale?
Ce ne sono tanti: Giacomo Ferrara che sta lavorando benissimo in tante serie, con una strada teatrale interessante, ed è un attore che stimo tanto. Poi Andrea Arcangeli, interprete di Divin codino e Romulus, poi Francesco Centorame, il protagonista di Skam 3. Ma sono tanti i ragazzi e le ragazze che lavorano per farsi largo. È una cosa che mi rende felice e con loro c’è un bel dialogo. Si muovono al di là dei confini regionali e non deve dispiacere perché va da sé che i luoghi in cui le cose succedono sono spesso Roma, Milano, Genova, Torino.
Come si può ovviare a questa “migrazione” di talenti?
Spero che si riesca a rinforzare il nostro sistema di offerta formativa e circuitazione di spettacoli e di quantità di serie tv o film girati in regione. Questo passa attraverso il potenziamento del Teatro stabile d’Abruzzo e implementando il lavoro dell’Abruzzo film commission. Sono i due tasselli che consentirebbero ad attori e maestranze di lavorare in Abruzzo e potersi formare.
Come vede il cinema italiano oggi? Nelle sale si registra un aumento di spettatori, ma molto lontano dal periodo pre-pandemia. Lei ritiene che sia possibile tornare alle sale strapiene di qualche anno fa?
Oggi bisogna capire che l’esperienza cinematografica va al di là del film. Io vivo a Milano e qui ci sono cinema dentro i quali trovi una libreria aperta, un caffè, un ristorante, un posto dove portare i bambini. Bisogna inventarsi qualcosa per convincere le persone a vivere la dimensione comunitaria e imparare da chi lo ha fatto prima di noi. Il cinema francese, per esempio, è rinato perché lì hanno una buona legge per favorire i teatri e imporre linee guida ferree a protezione del cinema transalpino: in sala più film francesi e meno blockbuster. Da noi c’è protezione per gli autori, ma non abbastanza per i gestori delle sale. È anche qui che la politica deve aiutare il lavoro culturale.
La Porta rossa, Il commissario Ricciardi, grandi successi su RaiUno, ora è in arrivo Un’estate fa su Sky. Le serie tv conquistano sempre più i telespettatori. Possono aiutare a creare quella cultura che troppo spesso la televisione trascura?
Certo, quando sono operazioni integrate culturalmente. Due di questi lavori vivono una dimensione letteraria, su Ricciardi c’è Maurizio De Giovanni alla scrittura, quindi è nato un felice abbinamento tra la pagina scritta e la messinscena che è all’altezza narrativa. Per La Porta rossa valgono coordinate diverse ma un punto in comune, la penna di Giovanni Lucarelli, figura del genere giallo e documentaristico di maggiore successo. E poi Giampiero Rigosi e Sofia Assirelli sono romanzieri prima che sceneggiatori. Su Sky si rientra in un ambito che non si propone di raggiungere il pubblico massivo e generalista. È un’operazione interessante perché chiama in causa la memoria collettiva, transgenerazionale e mette in connessione quella generazione di adolescenti con quella attuale. Il passaggio dall’analogico al digitale. Senza paura di essere raffinati e inclusivi.
Con Europeana in teatro lei racconta la storia di cambiamenti del XX secolo. È ottimista sulle prospettive politiche e culturali del nostro tempo? O siamo di fronte a una radicalizzazione del modo di affrontare i problemi? Dal disinteresse alla rivolta spesso basta poco.
Passa veramente poco e ce lo insegna quello che accade in Perù, in Brasile o a Capital Hill, che spesso non è all’insegna della giustizia, ma risponde a pulsioni ribellistiche da indagare, con intenti violenti. Per difenderci da queste esplosioni, che temo possano essere sempre più frequenti, credo che operazioni come Europeana o simili, siamo chiamati a farle. Io, che sono un pessimista della ragione ma un ottimista della volontà come diceva Gramsci, credo che costruire uno spettacolo equivalga a costruire un progetto.
Il suo impegno in politica è noto, lei è iscritto al Pd che sta vivendo un momento forse di svolta. Molti invece considerano quella dei Dem una storia senza un lieto fine. Lei che idea si è fatta?
Credo che un capitolo della storia del progressismo in Italia si sia chiuso e che ora si debba riaprire al più presto una nuova fase. Le sconfitte servono a questo, a ricucire la fila di un discorso che si è interrotto con il Paese, anche per la crisi della classe dirigente e del modello da proporre. E poi perché essere progressisti è difficile, impone modelli di avanzamento della società complicati. Questo non significa che bisogna tirare i remi in barca, è necessario che a una proposta conservatrice si contrapponga una politica progressista. Da questa dialettica viene fuori la buona politica. Credo che a chi ha vinto si debba guardare con molto rispetto perché, al di là del fatto che con la premier Meloni io abbia pochi punti in comune, è evidente che c’è stata una costruzione di proposta comunicativa intelligente. Dall’altro lato, ora che ci si trova a scegliere il segretario, tra l’alternativa Bonaccini, pur convincente e dal profilo politico interessante, e Schlein, credo che un rinnovamento di profilo identitario del partito possa esprimersi meglio dando fiducia a lei. Nella sua proposta si trovano giusti margini di crescita per un discorso progressista credibile sul fronte della sostenibilità, dell’economia verde, dell’incontro con i giovani sulle politiche di genere.
È cambiata la sua vita dopo il matrimonio e la paternità. Immaginiamo che non sia facile conciliare gli impegni professionali con la famiglia. Come ci riesce?
Io ho sempre lavorato tanto, e benedico di averlo fatto. Pur avendo tante proposte e caricandomi di mie iniziative teatrali ho un profilo da workaholic (malato di lavoro n.d.r.). Quando costruisci una famiglia, senza che questo passi per una condizione traumatica, le tue coordinate cambiano e io sto cercando di trovare un equilibrio tra le cose che ritengo importanti fare e la cosa più importante di tutti, e cioè godermi la mia famiglia. Conta la qualità, ma fa la sua parte anche la quantità. Un nomade per costituzione può riuscirci a modo suo.
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