Premio Nobel a Gurnah ex rifugiato africano che dà voce agli esiliati

Sorpresa dall’Accademia di Svezia: primo autore tanzaniano a vincere Il governo: «Ha vinto l’Africa». Lo scrittore: «Ho pensato a uno scherzo»
La vita in esilio, sospesa tra culture e continenti, i personaggi itineranti che vivono un senso di insicurezza irrisolvibile, lo sfondo cosmopolita e un affascinante legame con la tradizione anglosassone. Abdulrazak Gurnah, a sorpresa Premio Nobel per la Letteratura 2021, primo scrittore tanzaniano a vincere il prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia e primo autore africano nero ad ottenerlo dalla vittoria di Wole Soyinka nel 1986, ha esplorato nei suoi libri la realtà del rifugiato e anche il silenzio come strategia per proteggere l’identità dal razzismo e dal pregiudizio, ma anche come un mezzo per evitare la collisione tra passato e presente.
Il governo della Tanzania ha salutato l’assegnazione dicendo che è stata una «vittoria» per la Tanzania e il continente africano. Il Nobel a Gurnah è evidente che oltre al valore letterario ha un forte peso politico e per lo scrittore significa che questioni come la crisi dei rifugiati e il colonialismo, che lui stesso ha vissuto negli anni ’60, saranno ora «discusse». Gurnah, che si trovava in cucina all’annuncio del Nobel, ricevuto «per la sua intransigente e profonda analisi degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel golfo tra culture e continenti», è rimasto sorpreso: «Ho pensato che fosse uno scherzo. È stata tale la sorpresa che ho aspettato fino a quando l’ho sentito annunciare prima di poterci credere», ha detto in un audio pubblicato sul sito web della Fondazione Nobel.
Gurnah, 73 anni, ha poi invitato l’Europa a considerare i migranti dall’Africa come una ricchezza, sottolineando che non arrivano «a mani vuote». «Molte di queste persone che vengono, fuggono per necessità, e anche francamente perché hanno qualcosa da dare» ha sottolineato. Nato nel 1948 e cresciuto sull’isola di Zanzibar, nell’Oceano Indiano, Gurnah apparteneva al gruppo etnico vittima dell’oppressione sotto il regime del presidente Adeid Karume e dopo aver terminato la scuola è stato costretto a lasciare la sua famiglia e a fuggire dal Paese, l’allora neonata Repubblica di Tanzania. Aveva 18 anni. Arrivato nel Regno Unito, dove tuttora vive, come rifugiato alla fine degli anni ’60, solo nel 1984 gli è stato possibile tornare a Zanzibar, dove ha potuto rivedere suo padre poco prima che morisse. Autore di 10 romanzi e di una serie di racconti, Gurnah ha iniziato a scrivere a 21 anni in esilio, in inglese, e anche se lo swahili era la sua prima lingua, l’inglese è diventata la sua lingua letteraria. Ha debuttato nel 1987 con “Memory of Departure” che parla di una rivolta fallita ed è legato al continente africano.
A segnare la sua svolta di scrittore è stato “Paradise” del 1994, pubblicato in Italia nel 1995 da Garzanti, in cui sono stati riconosciuti echi di Joseph Conrad nel percorso del giovane eroe innocente Yusuf, 12 anni, nel cuore delle tenebre. Racconto di formazione e triste storia d’amore in cui si scontrano mondi e sistemi di credenze diversi, “Paradiso” è stato selezionato sia per il Booker che per il Whitbread Prize. Tra i romanzi più famosi di Gurnah “Desertion” del 2005 e “By the Sea” del 2001, che è stato a sua volta selezionato per il Booker e per il Los Angeles Times Book Award, anche questi usciti e ormai introvabili in Italia, per Garzanti che si prepara a rimandarli in libreria. “Sulla riva del mare”, uscito nel nostro Paese nel 2002, vede protagonista Saleh Omar che atterra all’aeroporto di Gatwick con una borsa in cui c’è dell’incenso e poco altro. Aveva un negozio, una casa, una moglie, una figlia. Ora è solo un profugo in cerca d’asilo e la sua unica difesa è il silenzio. Lo stesso giorno Latif Mahmud, poeta e docente universitario che ha scelto l’esilio, medita nel suo appartamento londinese sulla sua famiglia e sul Paese. Tutti e due hanno dovuto abbandonare il loro Paradiso: Zanzibar. Ne “Il disertore” in una città ai margini dell’impero, affacciata sulla costa africana dell’Oceano Indiano, nasce una storia d'amore destinata a riverberarsi per tre generazioni. Alla base del romanzo c’è la giovinezza di Gurnah a Zanzibar, dove per secoli diverse lingue, culture e religioni sono esistite fianco a fianco ma si sono anche combattute per l’egemonia. In tutti i romanzi di Gurnah il dialogo e la parola hanno un ruolo importante, con evidenti elementi di swahili, arabo, hindi e tedesco. Fino al suo recente ritiro dall’attività lavorativa, Gurnah è stato professore di letteratura inglese e postcoloniale all'Università del Kent a Canterbury, dove si è dedicato a scrittori come Wole Soyinka, Ng wa Thiong’o e Salman Rushdie. La poesia araba e persiana, in particolare le Mille e una notte, sono state per Gurnah una fonte significativa, così come le sure del Corano. Ma è la tradizione della lingua inglese, da Shakespeare a Naipaul, ad aver segnato il suo lavoro in cui è presente un’esplorazione senza fine e dove la memoria è di vitale importanza. Tra gli altri suoi romanzi “Pilgrims way” del 1988, “Dottie” del 1990, ritratto di una donna di colore immigrata nell’Inghilterra degli anni ’50 e “Admiring silence” del 1996. L’ultimo è “Afterlives” del 2020 che riprende dove finisce “Paradiso”. Hamza, giovane che ricorda l’Yusuf di Paradiso, diventa dipendente da un ufficiale che lo sfrutta sessualmente.