Proietti, Carmelo Bene e gli altri L’avventurosa storia del Teatro stabile dell’Aquila

Un libro di Antonio Di Muzio racconta l’irresistibile ascesa, la crisi e la rinascita della maggiore istituzione teatrale abruzzese. «Tutto cominciò negli anni ’50...»
L’AQUILA. Un'opera monumentale, ben 688 pagine. Una miniera «con poche pietre preziose, ma unica nel suo insieme», come la definisce lo storico Ferdinando Taviani, che ne ha curato la prefazione. Il libro del giornalista aquilano Antonio Di Muzio, dal titolo “Il teatro all'Aquila e in Abruzzo. Tra cronaca e storia”, edito da Ricerche&redazioni di Teramo (40 euro), sarà presentato lunedì prossimo alle 17, nell'auditorium Bper-ex Carispaq, all'Aquila, alla presenza di personaggi che hanno segnato la storia del Tsa e di ospiti del mondo teatrale, nati artisticamente sotto l'ala dello Stabile aquilano. Il volume è frutto di una ricerca durata quindici anni, che ha prodotto una sorta di «enciclopedia del teatro abruzzese».
Nel libro figurano anche contributi importanti e firme prestigiose. L'introduzione è della scrittrice Dacia Maraini, la prefazione del professor Ferdinando Taviani. Ma ci sono anche gli interventi di studiosi, storici e protagonisti della storia del Tsa: Eugenio Barba, Antonio Calenda, Raffaele Colapietra, Umberto Dante, Grazia Felli, Gian Piero Fortebraccio, Silvia Giampaola, Fabrizio Pompei, Alessandro Preziosi, Armando Rossini e Francesco Sanvitale.
Di Muzio, com' è nato il progetto?
«Quasi per caso, dalla mia tesi di laurea sugli anni d'oro del Teatro aquilano. Sono sempre stato appassionato di teatro; fin da ragazzino seguivo le rappresentazioni per quel fascino quasi misterioso e accattivante che mi dava il contatto diretto con il palcoscenico. Ho fatto anche la maschera al Sant'Agostino: era il 1986, l'unico anno in cui il Tsa non ebbe modo di cimentarsi con una stagione propria, perché completamente privo di risorse economiche. Una passione alimentata nel tempo e sfociata in un libro che narra, attraverso un percorso storico, la vita dei teatri del territorio, da Amiternum ai giorni nostri, passando per il vecchio teatro Olimpico, dove ha trovato posto poi la Prefettura e il San Ferdinando, diventato Teatro comunale».
A chi attribuiscono le fonti storiche la paternità del Tsa?
«L'idea e le energie per creare un teatro di respiro multiregionale furono di Peppino Giampaolo, aquilano, attore per diletto. Erano gli anni Cinquanta, quando prese corpo il progetto con la nascita dell'Ente aquilano per il teatro drammatico. Successivamente, grazie a Luciano Fabiani e all'onorevole Lorenzo Natali, si iniziò a costruire un percorso che portò alla creazione, nel 1963, all'Aquila del teatro pubblico. L'atto costitutivo fu firmato da 18 tra intellettuali, storici e politici».
Una scommessa diventata realtà che, in un lasso di tempo brevissimo, ha portato il Tsa al massimo splendore.
«Tra gli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, il Tsa ha vissuto una stagione indimeticabile. In questo periodo lo Stabile aquilano lanciò artisti del calibro di Gigi Proietti, Antonio Calenda, Carmelo Bene, che nel 1974 ha lavorato per la prima e unica volta con uno Stabile pubblico. E ancora, Piera degli Esposti, Ugo Pagliai, Paola Gassman, Sergio Rubini, Sergio Castellitto, Giancarlo Giannini, Glauco Mari, Giancarlo Cobelli e Alberto Cozzi. Passagi in rapida successione che hanno dato lustro e prestigio al Tsa. Una fucina in cui c'era anche un giovanissimo Federico Fiorenza, paladino della rinascita dopo il periodo buio».
Quando il Tsa è stato investito in pieno dalla crisi economica?
«All'inizio degli anni Ottanta, quando lo Stabile aquilano aveva accumulato debiti per 7 miliardi di vecchie lire. Un buco risanato dagli eredi Federici, in nome di Fortunato Federici, imprenditore e politico aquilano, un autentico mecenate del teatro».
Il risanamento si è tradotto in una seconda stagione per lo Stabile aquilano sotto le insegne di Fiorenza.
«La politica e i fondi pubblici hanno contribuito in modo determinante, ma a trainare il carro ci ha pensato Federico Fiorenza, protagonista di una nuova fase del Tsa, con una produzione di altissimo livello. Se il Tsa ha potuto tagliare il traguardo dei 50 anni di vita è soprattutto grazie a Fiorenza, alle stagioni teatrali, al successo di pubblico e incassi. Fiorenza ha portato all'Aquila nomi del calibro di Gigi Proietti e Alessandro Gassman».
E' questo il momento in cui lo Stabile aquilano diventa Teatro regionale?
«Il passaggio formale si è avuto nel Duemila, quando il Tsa è diventato Teatro stabile d'Abruzzo, con il suo primo presidente, Gigi Proietti. Fiorenza ha avuto un altro, grande, pregio: fare del Tsa un “progetto Abruzzo”, con anteprime e spettacoli in tutta la regione. Il resto è storia. La storia della maggiore istituzione culturale abruzzese, che ha avuto dalla sua collaborazioni con altre, importanti, realtà come il Tadua, l'Atam, l'Uovo e l'Accademia di Belle arti».
Oggi, per il Tsa, è un nuovo momento critico, legato soprattutto ai tagli dei finanziamenti alla cultura. Quanto sono concrete le possibilità di risalire la china?
«Con le nuove normative nazionali e regionali, che tra i tanti paletti imposti, impedisce anche l'avvio di co-produzioni, tutto si giocherà sulle produzioni in seno al Teatro stabile d'Abruzzo, in una politica che deve coniugare attori e registi importanti con le deboli disponibilità di cassa.
Fare teatro è sempre più difficile: occorrono menti che costano poco, impresa non facile. Sarà questa la sfida del presidente, Ezio Rainaldi, e del direttore, il regista Alessandro D'Alatri».
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