Pupi Avati: a scuola  odiavamo Dante, con me lo amerete 

Il regista presenta il film «sognato per 20 anni» Castellitto è Boccaccio: era uno di noi, ma poeta

«È sempre stato celebrato un Dante militante e poco affettuoso e così a scuola lo abbiamo odiato, hanno fatto di tutto per allontanarcelo e invece bisogna avvicinarlo a noi. Ho sempre pensato che il Divin Poeta andasse risarcito». Così ieri un Pupi Avati visibilmente soddisfatto ha raccontato il suo “Dante”, film da lui inseguito per vent’anni e finalmente realizzato, in sala dal 29 settembre con 01.
L’arte giustifica una vita? «Sicuramente sì nel caso di Dante e di Boccaccio e forse questo vale anche per me, anche se, confesso, il regalo più bello per mia moglie sarà dirle: smetto di fare cinema», dice il regista alla Casa del Cinema. Questo il film. Siamo nel 1350 e Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto) viene incaricato di portare 10 fiorini d’oro a Suor Beatrice (Valeria D’Obici), figlia di Dante Alighieri (Alessandro Sperduti), monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. Dante è morto in esilio nel 1321 ma la sua fama si è diffusa ovunque. Gli ultimi suoi vent’anni sono stati terribili, cercando ospitalità dopo una condanna al rogo e alla decapitazione inflitta sia a lui che ai suoi figli maschi fuggiti a loro volta da Firenze. I 10 fiorini sarebbero il risarcimento simbolico per la confisca dei beni e l’ingiusta condanna. Contro quella parte del mondo ecclesiale che considera la Commedia opera diabolica, Boccaccio accetta l’incarico anche per svolgere un’indagine su Dante che gli permetta di narrarne la vicenda umana e le ingiustizie patite.
Nel suo lungo viaggio l’autore del Decamerone oltre alla figlia incontrerà chi, negli anni dell’esilio ravennate, diede riparo e offrì accoglienza e chi, al contrario, respinse e mise in fuga l’esule. Da Firenze a Ravenna, Boccaccio sosta negli stessi conventi, borghi e castelli, il tutto per ricostruire l’intera storia. Nel cast Enrico Lo Verso, Alessandro Haber, Gianni Cavina, Leopoldo Mastelloni, Ludovica Pedetta, Morena Gentili, Romano Reggiani, Carlotta Gamba (Beatrice), Paolo Graziosi, Mariano Rigillo, Eliana Miglio, Valeria D’Obici, Giulio Pizzirani (Dante anziano), Erica Blanc, Milena Vukotic e Nico Toffoli. «Nel mezzo del cammin di nostra vita», dice Castellitto, «è un pezzo un po’ psichiatrico, nessuno ha mai osato raccontare la sua vita e tanto meno la Commedia di Dante è rimasta sola parola e quella non può essere rappresentata. Ce l’hanno fatto studiare per forza, ma nessuno ci ha mai raccontato che era stato cacciato, era un soldato ed era povero. Insomma che era uno di noi. Ma Dante era anche un poeta, uno capace di entrare in un buco nero e tirar fuori una pepita d’oro». E ancora: «Questo è un film che puzza. Boccaccio fa un viaggio lungo e faticosissimo, ha la scabbia, ha fame. E queste imperfezioni dell’uomo si vedono tutte». Paralleli con Dante? «Sì l’adolescenza», risponde Avati. «Quando avevo 15 anni sono andato dietro per tre anni a una certa Paola Zuccotti senza sentire mai la sua voce. Mi riconoscevo pienamente nella storia d’amore che Dante racconta nella Vita Nova». A chi chiede al regista come mai in Italia si fanno prevalentemente commedie lui replica: «Non è una cosa che riguarda solo il cinema, ma è l’Italia che si è privata di ogni ambizione. Ormai nessuno ne ha più e se fa una cosa dice di avere anche un piano b. Ora chi ha il piano b alla fine si ritrova a fare quello. Io ho impiegato vent'anni a fare questo film e ciò dimostra che i sogni sono possibili anche se oggi non ci crede più nessuno».