Quando il Vate ordinò «Non fate entrare quel figlio mal nato»

9 Gennaio 2017

La storia del burrascoso rapporto fra Gabriele d’Annunzio e il primogenito Mario in un saggio di Franco Di Tizio

di Federica D’Amato

Continua la ricerca che lo studioso teatino Franco Di Tizio porta avanti, ormai da decenni, sulla figura di Gabriele d'Annunzio, avendo già dato alle stampe volumi fondamentali per la conoscenza approfondita del Vate e del suo tempo. Questa volta Di Tizio fa i conti con il tumultuoso rapporto del poeta con il figlio Mario, nel volume “Gabriele d'Annunzio e il figlio Mario” (Ianieri Edizioni, 504 pagine, 38 euro) in cui l'autore indaga, anche grazie al reperimento di carteggi inediti, i rapporti del poeta con il primogenito; volume quinto che giunge dopo altri quattro importanti ricerche: il carteggio con Gabriellino pubblicato nel 2010, quello con Renata nel luglio 2015, e quello su Gabriele Cruillas, edito nel 2016. Cinque libri per cinque figli, di cui tre legittimi - Mario (1884), Gabriellino (1886) e Veniero (1887) - nati dalla moglie Maria Hardouin dei Duchi di Gallese, e due - Renata Anguissola (1893) e Gabriele Cruillas (1897) -, avuti durante la convivenza con Maria Gravina.

Ma com'erano i rapporti con il primo figlio? Leggendo, apprendiamo che d'Annunzio fu con lui molto benevolo periodo della giovinezza, sebbene il giovane gli chiedesse continuamente denaro, specialmente per spese superflue, e sebbene il padre gli avesse già trovato un lavoro nella Direzione Generale della Navigazione Italiana. Dal 1922 in poi, però, non volle più vederlo e l'aiutò sempre più malvolentieri. Fino al 1922, sarebbe a dire sino alla sua caduta dal balcone, il cosiddetto "volo dell'Arcangelo", d'Annunzio fu, quindi, molto tollerante e prodigo con il figlio; gli perdonò tutti gli errori e le stravaganze e, ben sapendo che non sapeva gestire il denaro, gli mandò continuamente sovvenzioni in quantità anche eccessiva, superiore a ciò che diede agli altri due figli legittimi. Mario, però, sempre insoddisfatto, più riceveva e più chiedeva, nella convinzione che il genitore, essendo ricco, aveva il dovere di sostenerlo economicamente durante tutta la vita.

Contrariamente a coloro che in passato hanno dichiarato che dopo il 1922 Mario andò tante altre volte al Vittoriale, Di Tizio dimostra in questo libro il contrario, perché in realtà il poeta non volle mai più riceverlo. Ed eccone il vero motivo. Il venerdì 2 aprile 1922 Mario, dopo tante richieste e insistenze, si era recato a Gardone Riviera per parlare col padre e fargli conoscere la moglie. D'Annunzio, che sino allora per lettera aveva scritto al figlio di non andare al Vittoriale, fu stizzito dall'arrivo del figlio e reagì inviando al suo architetto e factotum Gian Carlo Maroni questa comunicazione: «L'Ordine al Maresciallo è quello di non lasciare mai per nessun modo e per nessun pretesto entrare nel Vittoriale il deputato fascista Mario d'Annunzio (immeritevole del nome) - il "mal nato". Egli anela di poter entrare per fare man bassa. Quando caduto dal balcone avevo il cranio fenduto, vidi con gli occhi socchiusi il "mal nato" aprire l'armadio, impadronirsi di tre miei soprabiti e di tutte le mie cravatte; e fuggire senza volgersi indietro. Questo basta a misurare la bassezza dell'uomo. La cosiddetta riconciliazione è falsa. Il nemico e l'avido è pur sempre il malnato. Ed egli ha già manifestato l'intenzione di fare una sorpresa, profittando della immunità ferroviaria parlamentare!!! Per ciò ti prego di suggellare il mio Ordine ai Carabinieri. M. d'A. non deve mai entrare nella mia Casa. Intendi? Com'è triste questo dover intromettere tanta bruttura nella gioia di riaverti sano e vigile. Ma bisogna che ci difendiamo da ogni pericolo proditorio».

Un rapporto, dunque, altalenante, in cui il denaro la fa da padrona, rendendo d'Annunzio non solo schiavo delle richieste del figlio, ma addirittura imprigionato nell'incredibile fama di se stesso. E con la medesima andatura ed il medesimo tono della lettera proseguì il loro rapporto fino agli ultimi anni di vita del poeta: padre e figlio ebbero soltanto contatti epistolari. Il Vate, infatti, adirato, non volle più rivederlo. Nonostante ciò, Mario fu molto amato dalla gente d'Abruzzo, che lo festeggiò calorosamente, in occasione dell'inaugurazione del Monumento a Francesco Paolo Michetti, il 31 luglio 1938 a Francavilla al Mare, alla presenza di Vittorio Emanuele III. Nell'agosto 1949 prese parte a Pescara al trasferimento della salma della nonna paterna, Luisa De Benedictis, dal Cimitero di San Silvestro alla Cattedrale di San Cetteo. Nel 1950 diede alle stampe il libro “Con mio padre sulla nave del ricordo”, dedicato alla moglie Angela e nel 1956 pubblicò il corposo volume Mio Padre Comandante di Fiume. Nel 1957 scrisse altre memorie paterne che apparvero sul settimanale Oggi. Morì a Roma l'11 agosto 1964.

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