Quando tutto ci va davvero male ancora oggi evochiamo la dura sconfitta di Caporetto

di PIER VITTORIO BUFFA “È stata una caporetto”. Sì, una caporetto. Come la battaglia. Ma con l'iniziale minuscola perché l'uso ha fatto diventare il nome italiano di Kobarid un nome comune. Una...
di PIER VITTORIO BUFFA
“È stata una caporetto”. Sì, una caporetto. Come la battaglia. Ma con l'iniziale minuscola perché l'uso ha fatto diventare il nome italiano di Kobarid un nome comune. Una caporetto è una disfatta, una pesante sconfitta, un disastro. Un modo di dire che negli anni Venti è entrato rapidamente nella lingua parlata. Forse non sarebbe accaduto se gli austroungarici fossero rimasti sulla sponda sinistra del Piave e la battaglia di Caporetto avesse segnato la definitiva perdita di un pezzo d'Italia. Ma dopo Caporetto ci fu la vittoria e quindi dire “È stata una caporetto”, può voler dire anche sperare che poi arrivi una riscossa. Oggi, magari, viene usata senza conoscerne bene l'origine. Ma il suo uso, ancora abbastanza diffuso, resta una delle tante prove di quanto la Grande Guerra sia davvero arrivata in tutte le case degli italiani. Con un morto, un ferito, un semplice combattente, la fame, la fuga. Arrivata così in profondità da influire in modo significativo sulla lingua italiana.
Cecchino. Il termine cecchino viene da Francesco Giuseppe, l'imperatore di Austria e Ungheria. Così gli italiani chiamavano i tiratori scelti austriaci.
Non rompere le scatole. Un modo di dire che avrebbe la sua origine nell'ordine terribile che precedeva gli assalti fuori della trincea: rompere le scatole in cartone delle munizioni voleva dire prepararsi per andare all'attacco, per morire. Non mi rompere le scatole: non mandarmi a combattere, lasciami in pace.
Girare le palle. L'espressione girare le palle verrebbe, secondo alcuni studiosi, da quello che facevano i soldati considerati aggressivi e con pochi scrupoli, i quali, appunto, giravano le palle. Le palle dei proiettili nei bossoli, per esporre direttamente il piombo e farle diventare ancora più letali, una specie di pallottole esplosive. Non mi far girare le palle: non mi far diventare cattivo.
Luci rosse. Anche il termine luci rosse si sarebbe consolidato dopo la Grande Guerra. Una luce rossa indicava i postriboli per i soldati, una luce blu quelli per gli ufficiali.
Lo chiamerò Firmato. Infine un nome proprio, Firmato, con il quale migliaia di bambini vennero battezzati subito dopo la guerra. Tanti, tantissimi italiani pensarono fosse il nome di battesimo del generale Armando Diaz, il generale della vittoria: il bollettino che annunciava la fine della guerra si concludeva, in gran parte delle copie diffuse nel Paese, con la scritta Firmato Diaz. E c'era anche un santo che autorizzava i battesimi. Il suo giorno è il 5 ottobre, Santi Firmato e Flavina di Auxerre, fratello e sorella.
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