Quella combine tra Rosburgo e Acerbo che spaccò il Fascio

27 Settembre 2015

di Andrea Rapino Appena il tempo di tirare la palla fuori dai confini regionali, e il football abruzzese fa subito parlare di sé per uno scandalo sportivo: un tentativo di corruzione che coinvolge...

di Andrea Rapino

Appena il tempo di tirare la palla fuori dai confini regionali, e il football abruzzese fa subito parlare di sé per uno scandalo sportivo: un tentativo di corruzione che coinvolge le squadre di Pescara e Roseto, in lotta per la promozione nella cadetto, ma escluse dal campionato per una maldestra manovra di combine.

All’epoca Roseto è in realtà Rosburgo, e la squadra è la Rosburghese del presidente Giuseppe De Blasio. Dall’altro lato c’è la Tito Acerbo, che calcisticamente precede l’unione amministrativa di Castellammare Adriatico e Pescara, maturata nel 1927: nell’estate del 1926 Ursus e Aternum, espressione dei municipi a Nord e a Sud del fiume, si fondono in un unico sodalizio, e sotto la presidenza del commendator Vincenzo Masi il club prende il nome di Tito Acerbo, militare caduto nella Grande Guerra.

Le abruzzesi giocano in Seconda Divisione, terzo livello del calcio italiano: la prima classifica di ogni girone passa agli spareggi per salire in Prima, praticamente l’attuale serie B, seppur divisa in più raggruppamenti. In lotta nello stesso girone ci sono anche i chietini della Pippo Massangioli, la Stamura di Ancona, la Tiferno di Città di Castello e i dalmati di Zara. È la prima volta che l’Abruzzo figura in una competizione ufficiale con formazioni di fuori regione. Il football di casa nostra del resto è giovane: solo nel 1925 un comitato ha allestito un torneo sotto l’egida della Figc. La Tito Acerbo parte bene: dopo quattro turni è a punteggio pieno, e perde solo in Dalmazia alla quinta giornata. Tre punti alle spalle dei pescaresi arrancano Rosburghese, Tiferno e Stamura; la Massangioli è a 4 lunghezze dalla capolista, ma riesce a battere la Rosburghese alla Civitella.

Alla sesta giornata il match clou è quello tra i giallo-bleu “unionisti”, come viene spesso chiamato l’undici pescarese, e i bianco-scudati rosburghesi: ed è questa la gara che finisce nell’occhio del ciclone. «I pescaresi scenderanno a Rosburgo decisi a vincere ad ogni costo», annuncia il 28 febbraio il Corriere Sportivo d’Abruzzo, «i rosburghesi dal canto loro attendono l’urto a piè fermo, sicuri di ristabilirsi dopo la grave sconfitta di Chieti». Ma mentre il Corriere Sportivo presenta il match, intorno ci sono manovre quanto mai torbide. A far scoppiare la bomba è lo stesso giornale, che il 3 marzo esce con un’edizione straordinaria.

Ad affidare lo scoop al direttore Giuseppe Manzitti è De Blasio, presidente della Rosburghese: il primo marzo va a Chieti, nella redazione di via Santa Maria Meter Domini, con alcuni giocatori per raccontare il fattaccio. Non è roba da poco: un breve consulto e si parte in macchina per Pescara, per conferire col segretario federale del partito fascista Ettore Giannantonio, già al corrente della faccenda, e con il quale evidentemente De Blasio coltiva buoni rapporti.

Qui la mezzala Leonida Ardigò, 26enne originario di Cremona come il suo allenatore Italo Defendi, riferisce per filo e per segno quanto accaduto fino al giorno precedente. Stando al suo racconto un castellammarese, per conto di dirigenti unionisti, tempo addietro lo invita a presentarsi in una sartoria di Pescara, dove il titolare gli dà appuntamento alle 10 di sera del 25 febbraio al ponte Vomano. Al posto dell’annunciato anticipo di duemila lire, gli emissari consegnano però una busta con un indirizzo di Castellammare.

Tutto ciò accade prima che si giochi l’incontro con la Massangioli, perché è dopo questa partita che un dirigente della Tito Acerbo porta Ardigò in un bar, per invitarlo per lunedì 28 in casa dei fratelli Capobianchi. E qui vengono finalmente date ad Ardigò 1.600 lire, alle quali se ne aggiungeranno 800 dopo la gara aggiustata, e 1.600 a fine stagione. Ardigò non è solo: con lui c’è il compagno di squadra Remo Gamberini, ex calciatore della Virtus Bologna.

Ardigò e compagni, d’accordo con i propri dirigenti, vanno però a svelare il fattaccio, banconote alla mano, al giornale di Chieti. Neanche il tempo di spifferare tutto al segretario federale di Pescara, che i Capobianchi e i loro soci, il primo marzo stesso inviano una raccomandata al direttorio della Figc che ha sede a Bologna: denunciano Ardigò e Gamberini assicurando che loro stesso hanno chiesto quella somma per aggiustare la partita, e sono stati assecondati proprio per smascherarli in secondo momento.

Il commendator Masi non sta a guardare: il presidente unionista il 2 marzo diffonde un comunicato stampa nel quale punta il dito contro i rosburghesi, e in particolare il trainer Defendi e i giocatori di origine cremonese. De Blasio resta con le mani in mano? No di certo: il 3 marzo manda ai giornali la sua nota nella quale prende le parti dell’allenatore Defendi: «È supremamente ingenuo scagliarsi tanto cafonescamente contro un giovane, il quale fra l’altro è anche un valoroso ufficiale dell’Esercito italiano, fascista dei tempi eroici e camerata fedele».

De Blasio inoltre telegrafa alla Lega sud della Figc a Roma, elencando tutte le personalità pronte a testimoniare per la Rosburghese: pretore di Notaresco, regio commissario di Montepagano e maresciallo dei carabinieri di Rosburgo, oltre al federale pescarese Giannantonio.

Il 6 marzo ovviamente Tito Acerbo e Rosburghese non scendono in campo. Una partita accesissima però infuria a mezzo stampa. Super-Sport, settimanale pescarese, difende a spada tratta la società concittadina e spara a zero su tutti. Ardigò risponde querelando proprio Super-Sport, perché scrive che in passato era stato squalificato per corruzione. In tutto questo ambaradan Chieti è spettatore interessato: non per niente lo scandalo l’ha fatto scoppiare un giornale teatino.

Fatte fuori Tito Acerbo e Rosburghese, la Massangioli infatti rientra decisamente in lotta per il primato. Tommaso Bottari, segretario provinciale del Pnf a Chieti, a nome degli sportivi teatini invia un telegramma a Leandro Arpinati, presidente della Figc: si complimenta con il direttorio federale che il 9 marzo esclude dal campionato rosburghesi e pescaresi, e assicura che la Massangioli «può ancora degnamente e orgogliosamente difendere il calcio abruzzese di cui fu iniziatrice».

La vittoria del girone però sarà appannaggio del Tiferno di Città di Castello. Per placare la lotta furiosa tra le testate sportive di Chieti e Pescara servirà invece un foglio d’ordini del Pnf, e il richiamo ufficiale che Bottari fa al direttore Manzitti proprio dalle colonne del suo stesso Corriere Sportivo.

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