Quella mattina salvammo un automobilista di Pescara

In cambio di un passaggio due adolescenti gli indicarono una scorciatoia
Nel febbraio del 1971, quando scoppiarono i “moti” dell’Aquila sulla questione del capoluogo conteso con Pescara , avevo 11 anni. Da qualche mese frequentavo la prima media nella scuola “Teofilo Patini” che si trovava alla Villa comunale proprio dove oggi c’è il palazzo dell’Emiciclo, sede del Consiglio regionale. Davanti alla “Patini” c’era l’istituto tecnico industriale. Un posto allora frequentato, ogni giorno, da centinaia di ragazzi. Più in basso, verso viale Collemaggio (nella parte posteriore del palazzo realizzato durante il Ventennio e che oggi ospita il Gran Sasso science institute) c’era un campetto di calcio in terra battuta dove, quando era possibile, si faceva anche un po’ di educazione fisica ma più spesso veniva utilizzato per “partitelle” improvvisate. La mattina di sabato 27 febbraio 1971 presi tranquillamente il “postale” alla fermata degli autobus sulla statale 17 a Onna. Il servizio era all’epoca affidato alla “Pacilli”, una società privata che anni dopo fu sostituita da un’azienda comunale. Arrivai all’Aquila poco prima delle 8. Mi avviai verso l’ingresso percorrendo una stradina sterrata di un centinaio di metri. Quando arrivai trovai il portone della scuola chiuso. Qualcuno mi disse che era stato proclamato lo sciopero generale e la città di fatto era bloccata. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e del perché stesse succedendo e così pensai solo a come passare il tempo fino alle 13 quando l’autobus mi avrebbe dovuto riportare a casa. Mi diressi verso il campetto e seduto sul parapetto guardavo dei ragazzi che giocavano di sotto. Uno studente più grande di me Luigi Marotta, Boris per gli amici, che frequentava la terza media ed era originario di San Gregorio altra piccola frazione del Comune dell’Aquila – lo avevo conosciuto perché viaggiavamo sullo stesso bus – mi avvicinò e disse “Inutile che aspetti, qui sta succedendo un casino. Meglio che torniamo a casa a piedi, andiamo verso Porta Napoli prima possibile”. Ci avviammo. Ci aspettava da fare una decina di chilometri. Avevamo percorso tutta la ripida discesa ed eravamo sulla statale 17 fra quella che gli aquilani chiamano “zona Martini” e l’imbocco del circuito di Collemaggio. Non passava una macchina. A un certo spuntò un’auto. Il conducente si fermò a fianco a noi per chiederci informazioni. Il ragazzo che era con me, molto più sveglio del sottoscritto, notò che l’auto era targata Pescara e disse al malcapitato: “Guarda che con quella targa dovunque vai rischi grosso”. “Dove posso passare per evitare le barricate e tornarmene a Pescara?”, domandò ansioso l’autista. Al mio “compagno” venne in mente un’idea: “Se ci fai salire ti dico io quale strada fare però devi portarci prima a Onna e poi a San Gregorio”. Ci “infilammo” per la strada che andava verso Monticchio – una sorta di parallela alla statale 17 – e da lì arrivammo a Onna dove scesi io (con sollievo di mia madre che era già molto preoccupata perché aveva saputo della “rivolta”) e poi a San Gregorio percorrendo quelli che al tempo erano poco più che viottoli. L’uomo con la macchina targata Pescara riuscì così a tornarsene indenne sulla costa. Insomma, inconsapevolmente, avevamo “salvato un pescarese”. Dopo il terremoto del 2009 Pescara mi restituì il favore. Avevo perso sotto le macerie anche l’anello di matrimonio. Subito dopo Pasqua fui per pochi giorni ospite di un albergo sul lungomare e decisi con mia moglie di andare in una gioielleria in piazza Salotto per ricomprare la “fede” nuziale. La titolare ci riconobbe quasi subito come “terremotati”. Scegliemmo e provai l’anello al dito. Quando stavo per pagare la signora fece un gesto con la mano e mi disse: “Non si preoccupi, è già pagato, vi auguro tanta forza”. Mi commuovo ancora adesso a ripensarci.
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