Qui l’arte racconta un secolo ricco di ideali e innovazioni

L’imponente collezione di levatura internazionale tra pittura, scultura e cornici che i coniugi Di Persio hanno raccolto in 30 anni e voluto tenere in Abruzzo
L’Ottocento, paesaggio e ritratto. Il quadro in cui è dipinta questa bella storia di ricerca e cultura, di arte e mecenatismo, riporta “dal vero” l’appassionata caparbietà dei coniugi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta, imprenditore di lungo corso lui, medico docente universitario lei.
Una coppia unita anche nella comune dedizione ad un collezionismo di levatura internazionale, pittura e scultura del XIX secolo che ha rappresentato l’impegno pressante dell’ultimo trentennio, fra aste, collezionisti e mercanti di mezzo mondo per acquisire opere (e cornici) messe in mostra permanente oggi nel neonato Museo dell’Ottocento di Pescara, la loro città, dove hanno inaugurato la Fondazione Di Persio-Pallotta che cura collezione e struttura museale. Della vicenda – che non poteva aver finale migliore – ce ne occupammo per la prima volta una decina di anni fa, anzitutto sulle pagine del Centro che seguì da subito la notizia, quando era ancora incerto il destino di questo grandioso progetto culturale per via di vicende giudiziarie amministrative fra i Di Persio e la competente Soprintendenza, in merito ai lavori di ristrutturazione a fini espositivi della ex sede pescarese della Banca d’Italia, in viale d’Annunzio.
Il palazzetto dei primi decenni del ‘900 acquistato e riqualificato da Venceslao e Rosanna con uno specifico fine. Era già chiara in loro la volontà di renderlo la sede – quale oggi è fortunatamente – del Museo dell’Ottocento. Fu lunga e tormentata la battaglia, fra permessi, lavori in corso, proposte di prestigiose istituzioni culturali italiane ed europee per accaparrarsi in donazione quella che, secondo molti studiosi, per quantità e qualità, è la più interessante raccolta di opere italiane e francesi ottocentesche.
Un tesoro che, però, i Di Persio hanno fatto di tutto per mantenere fermo in Abruzzo, a Pescara, nonostante i continui corteggiamenti di altri musei, fermi anche nel loro intento di dargli una adeguata sistemazione espositiva. Sono stati anni impegnativi, per loro, in cui con coraggio e visione non hanno mai voluto rinunciare o trasformare il loro generoso disegno che è, sia ben chiaro, un dono alla comunità realizzato esclusivamente con proprie risorse. Ricordo le ripetute visite di esperti come Vittorio Sgarbi, Carlo Sisi, David Stone, Stefano Papetti, solo per citarne alcuni, negli appartamenti-caveau nel cuore di Pescara dove erano custoditi, senza più un centimetro libero alle pareti delle stanze, i 250 e passa quadri – e capolavori – della loro ammirevole collezione.
Oggi finalmente li rivedo tutti insieme, impaginati a dovere in mostra, nel Museo dell’Ottocento che ha aperto al pubblico il 19 settembre. Pensato e posto in opera con tutti i requisiti museali internazionali, è capace di raccontare un secolo – come vogliono le note di presentazione – ricco di ideali e innovazioni, animato da un lato dall’attaccamento alla natura e alle tradizioni, dall’altro dall’esaltazione della modernità. Un museo che conserva una sorprendente varietà di dipinti, corroborata dalla qualità delle cornici che vanno dal XVI al XIX secolo, scelte con l’obiettivo di porsi in piena armonia con le opere d’arte, come hanno più volte sottolineato i collezionisti. La raccolta prende passo nel 1987, con l’acquisto del Ritratto di Mrs. Fry del magistrale Antonio Mancini, di cui si conservano diverse opere tra cui l’iconico Prevetariello in preghiera e soprattutto Verità, definito da Dario Cecchi «una delle più belle opere dell’Ottocento italiano».
La collezione è stata negli anni ampliata con dipinti di altri maestri napoletani (come non ricordare la Scuola di Posillipo?) e di alcuni dei maggiori pittori francesi del periodo, con particolare riferimento alla Scuola di Barbizon, mettendo in luce quel dialogo con la modernità d’Oltralpe, tratto distintivo del museo che esalta il rapporto tra autori e momenti di ricerca estetica e vicenda storica fra Italia e Francia e viceversa. Il percorso espositivo si snoda in 3 piani e 15 sale, ordinate per temi, scuole e tendenze. Dal dipinto più antico presente, dell’austriaco Joseph Rebell, alle tele del divino Domenico Morelli, da Anton Sminck van Pitloo a Giacinto Gigante, da Saverio Altamura a Campriani, Irolli, Casciaro, Dalbono, Caprile, Michele Cammarano. E ancora, citando senz’ordine gli straordinari artisti esposti, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, Silvestro Lega e Tranquillo Cremona, Michele Tedesco e Giuseppe Palizzi, Rossano, Théodore Rousseau, Díaz de la Peña, Constant Troyon, Daubigny, Paul Huet. La pittrice Rosa Bonheur e una chicca di Jongkind. Fino a un plus in questa strepitosa visita a un museo che vorrebbero a Parigi o New York e di cui, invece, possiamo essere orgogliosi in Italia: due paesaggi profondi e intensi di Gustave Courbet. Altri miracoli, al momento, non appaiono necessari.
*Curatore d’Arte