Raffaello, il giovane favoloso del Rinascimento

13 Giugno 2020

Un saggio di Costantino D’Orazio celebra i ritratti del grande artista dalla Fornarina a papa Leone X

«Quando ha girato la tavola, al termine del lavoro, mi sono sorpreso anch'io dell'intensità del mio sguardo. Non mi ero mai reso conto di quanto fossero carnose le mie labbra e quale sensualità fossi capace di esprimere. Quella mano sul petto è talmente languida da simulare modestia e timidezza, due qualità che non mi sono mai appartenute. Sembro un ragazzo ingenuo, dolce e affabile, ma soprattutto innamorato». A parlare è Bindo Altoviti (1491-1557) figlio del potente banchiere fiorentino Antonio, nemico degli illuminati Medici, ma mecenate di tre maestri del suo tempo come Benvenuto Cellini, Antonio da Sangallo e Raffaello (1483 - 1520), il «divin pittore», genio indiscusso del Rinascimento italiano, di cui nel 2020 ricorre il cinquecentenario della morte. Solo la pandemia ha sospeso, temporaneamente, il fiorire di mostre ed eventi a lui dedicati nell'anniversario, come la grande esposizione alle Scuderie del Quirinale, ripaerta dal 2 giugno.
A raccontare il suo genio, da un inedito oltre che insolito punto di vista, è ora Costantino D'Orazio - storico dell'arte presso la Sovrintendenza capitolina ai beni culturali, oltre che curatore e volto della rubrica Ar-Frammenti d'arte su Rainews24 - in «Raffello. Il giovane favoloso», in libreria per Skira (184 pagine, 16 euro). Non una biografia, ma un volume a metà tra saggio e memoir, in cui l'autore per la prima volta prova a dar voce ai personaggi che il Maestro ritrasse nei suoi dipinti. «Raffaello - spiega D'Orazio - è l'unico artista del suo tempo a fare un uso chiaramente politico della pittura. Ogni dipinto, olio o affresco, risponde a una strategia precisa che mira ad aumentare il suo prestigio e la sua influenza nel mondo della cultura, nel mercato dell'arte e nelle questioni di potere, in qualsiasi città si trovi a lavorare. In questo preciso disegno, i ritratti assumono un ruolo fondamentale».
Nel libro, uno dopo l'altro, a raccontare l'incontro con Raffaello sono Giulio II, colto in una malinconia che riesce a redimere la sua reputazione, mortificata dalle sconfitte militari appena subite. Fedra Inghirami, il dotto umanista, che grazie a Raffaello può spacciare il proprio strabismo per uno sguardo intellettuale, sempre in preda all'ispirazione. E poi Leone X nel celeberrimo ritratto con i Cardinali de’ Medici e de’ Rossi, Pietro Bembo o i colleghi e «rivali» (dei quali, a differenza di Raffaello, ci restano centinaia di lettere e appunti scritti), dal concittadino Donato Bramante (che suggerì il nome dell'urbinate per dipingere le Stanze Vaticane) a Michelangelo Buonarroti, offeso per come venne ritratto nella Scuola di Atene, e Leonardo da Vinci, cui lo legava invece reciproca ammirazione. Fino al suo dipinto forse più celebre, di certo il più amato: la Fornarina, oggi custodita a Palazzo Barberini.
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