Renoir padre raccontato dal figlio quando l’arte è affare di famiglia

27 Gennaio 2016

MILANO. Si intitola “Renoir, mio padre” (Adelphi, 434 pagine, 22 euro) ed è un libro fascinoso su Pierre-Auguste Renoir, una delle figure più interessanti della pittura impressionista e sulla Parigi...

MILANO. Si intitola “Renoir, mio padre” (Adelphi, 434 pagine, 22 euro) ed è un libro fascinoso su Pierre-Auguste Renoir, una delle figure più interessanti della pittura impressionista e sulla Parigi e la Francia di quegli anni. L’autore è il figlio del maestro dell’Impressioonismo, il regista cinematografico KìJean Renoir, autore di classici come “Le regole del gioco”.

Il libro è una sorta di diario partecipe e per certi versi incantato che, raccontandoci il quotidiano e l'eccezionale, insegue il mistero dell'arte e il senso della genialità creativa, non arrivando mai a rivelarlo con una chiara definizione, ma facendolo emergere con poesia da mille notazioni umane e di vita di un vecchio che è vissuto sempre in gran semplicità solo per dipingere, diventando parte essenziale della storia della moderna cultura europea. Il figlio, ferito, si muove a malapena con le stampelle, il padre è costretto da tempo su una carrozzella, quindi hanno tutto il tempo di parlare, uno della sua esperienza miltare, l'altro rievocando tutta una vita, e soprattutto una Parigi pre-moderna, illuminata a olio, senza acqua corrente, ma già con artisti poveri sulla collina di Montmartre e pronti a divertirsi e ballare al Moulin de la Galette, come testimonia un celebre quadro del trentacinquenne Pierre-Auguste del 1876.

Ed è questo mondo ricordato con la memoria e il vissuto del gran pittore e raccontato con l'occhio professionale e partecipe di Jean che più coinvolge. La povertà come condizione naturale, l'impegno nel dipingere sempre, gli amici artisti e letterati, le prime mostre. «Quando penso che avrei potuto nascere da una famiglia di intellettuali! Mi ci sarebbero voluti anni per sbarazzarmi di tutte le loro idee e vedere le cose come stanno», dice al figlio, ricordandogli che i grandi sanno guardare le cose e capire, sanno muoversi dando colpi di timone personali, ma facendosi portare dalla corrente dei tempi nuovi, come un turacciolo. E così appare illuminante l'ultima sua frase, pronunciata in punto di morte nel 1919: «Credo di cominciare a capirci qualcosa».

Ma gli episodi, gli aneddoti, le notazioni e i pensieri in queste pagine sono infiniti. Quando un medico riesce a farlo rialzare a fatica dalla sedia a rotelle, Pierre-Auguste renoir rinuncia replicando: «Questo prende tutta la mia volontà e non me ne resterebbe più per dipingere». E il figlio Jean, quindi, si dice «consapevole che quello che lui faceva ... era esattamente quello per cui era stato creato».

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