Riondino: «Il dopo Shoah nel segno della memoria»

Da oggi su Rai 1 quattro prime serate con “La guerra è finita”, da una storia vera «Raccontiamo la voglia di rinascita con la forza narrativa del diario di Anna Frank»
«Questo film dà la possibilità di ascoltare le storie che solitamente sentiamo da persone adulte come la senatrice Liliana Segre (richiusa ad Auschwitz quando era una bambina e sopravvissuta a suo padre). Qui, invece, sono le vittime a parlare, appena salvate. La perdita di un cucchiaio comportava nei campi di concentramento la condanna a morire di fame». Michele Riondino parla nel corso della presentazione alla Casa del Cinema a Roma de “La guerra è finita”, serie tv che lo vede protagonista, in 4 prime serate su Rai1 da stasera e che narra quello che è «venuto dopo» la Liberazione e gli orrori dei campi di concentramento. Un tv movie dove non si parla di morte ma di rinascita, di voglia di rimboccarsi le maniche.
Al fianco dell'attore pugliese Isabella Ragonese, Andrea Bosca, Carmine Buschini e Valerio Binasco. Quest’ultimo interpreta il personaggio ispirato a Moshe Zeiri che per primo organizzò un centro di raccolta dei piccoli sopravvissuti. Nel cast anche Juju Di Domenico, ventiduenne attrice pescarese.
La vicenda è spostata dai monti della Bergamasca alla pianura emiliana. «La guerra è finita», ricorda il direttore di Rai Fiction, Eleonora Andreatta, «nasce da una storia vera, quella dell’esperienza di Sciesopoli a Selvino, dove tra il 1945 e il 1948 furono raccolti in un istituto e aiutati più di 800 bambini e adolescenti ebrei provenienti dai campi di concentramento di tutta Europa perché potessero recuperare la serenità e il diritto alla felicità che era stata loro sottratta. Quella narrata dalla Rai è una storia che intreccia temi delicati attraverso la magistrale capacità di un autore come Sandro Petraglia ed è una libera rielaborazione della realtà con personaggi di fantasia e un’ambientazione nella provincia di Reggio Emilia. Una serie necessaria che interpreta lo spirito del servizio pubblico nella sua capacità di tradurre in una storia i valori comuni in cui tutti dovrebbero riconoscersi e di lavorare sul tema della memoria con il dovere di ricordare l'orrore che è stato, il dolore e la sofferenza di chi lo ha vissuto perché quello che in passato è accaduto possa non avvenire mai più».
È l'aprile del 1945. All’indomani della Liberazione iniziano a tornare in Italia, dai campi, gli ebrei sopravvissuti al nazismo. Tra questi, ci sono dei bambini. Davide (Riondino), un ex ingegnere si reca alla frontiera alla ricerca del figlio deportato 2 anni prima con sua moglie. Di Daniele non c’è traccia, ma al suo posto c’è un bambino della sua età, Giovanni, muto per i traumi subiti. E insieme a lui ce ne sono altri di varie località e età. Tutti sopravvissuti ai campi, tutti senza nessuno che si prenda cura di loro. Davide li porta a Milano, dove spera che possano ricongiungersi con le loro famiglie, ma arrivato al Centro Rifugiati scopre che non c’è più posto per accogliere loro né i ragazzi arrivati con Ben (Binasco), un ex ufficiale della Brigata Ebraica, e con Giulia (Ragonese), una pedagogista di buona famiglia che si dà da fare come volontaria. Davide allora decide di portarli tutti in una Tenuta che conosce, abbandonata dai tempi della guerra. Per Riondino «il valore aggiunto di questo progetto è voler raccontare il dramma dell'Olocausto con la forza narrativa del diario di Anna Frank». «La memoria se non la racconti non esiste», afferma Soavi. «Mi sono aggrappato alla storia di mia nonna, che si chiamava Levi, e a una filastrocca che mi ha turbato da ragazzo, ossia Re degli elfi di Goethe».
«Fare i conti con il proprio passato, anche oggi è un modo per andare avanti sempre, non uno slogan», osserva Ragonese. I toni si alzano alla domanda di un cronista: «Questi fatti storici sono molto conosciuti dai giovani, c’è rischio overdose?». Petraglia si stizzisce: «Sempre le solite questioni». Interviene Riondino: «Così si alimenta un revisionismo basato sulla reinterpretazione della storia dal punto di vista di chi ha interessi nel raccontarla secondo un punto di vista soggettivo e personale. Si sta sminuendo l’esperienza di individui che hanno perso la vita, comparandoli ad altre vittime che non hanno nulla a che fare con la nostra storia. Non si parla di Gulag perché in Italia non li abbiamo subiti. Noi parliamo di italiani che hanno ammazzato altri italiani». Degli Esposti aggiunge: «Due ragazzi che dicevano stupidaggini sull’Olocausto, giorni fa, hanno picchiato uno che voleva fermarli. E allora io voglio morire di retorica, se questa è retorica».
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