Romano: ritorno in Paradiso dieci anni dopo

Lo scrittore di Montesilvano racconta se stesso e il libro d’esordio pubblicato ora da Bompiani
PESCARA. Che bravi i giovani scrittori quando si comportano da “vecchi” scrittori con la letteratura: lontano da ansie di successo o vaccinati contro la malattia oggi più diffusa in Italia, la “pubblichite”, scrivono molto, scrivono tutto quello che vivono, ma senza sfornare come rosette di panetteria libri su libri perché costretti dal mercato. Questi “giovani-vecchi” pubblicano quando sentono che qualcosa di veramente insopprimibile per loro va comunicato al mondo, con eleganza. Uno di questi è Alessio Romano, lo scrittore di Montesilvano che proprio in questi giorni torna sui propri passi ripubblicando in una nuova edizione riveduta e arricchita il suo romanzo d'esordio, “Paradise for all”, a dieci anni di distanza dal debutto con la Fazi Editore, ora riproposto da Bompiani, che già lo scorso anni aveva pubblicato il secondo romanzo di Romano, “Solo sigari quando è festa”. Del romanzo, che verrà presentato alla libreria Feltrinelli di Pescara domani, e del mestiere di scrivere Romano parla in questa intervista al Centro.
Dieci anni fa veniva pubblicato “Paradise for all”. Chi era, a quel tempo, Alessio Romano, e cosa cercava nella scrittura?
Ero un ragazzo molto curioso e pieno di voglia di vivere. Cercavo un posto e un ruolo in un mondo molto difficile per gli artisti giovani. Ma ero molto determinato perché nella scrittura, così come nella lettura, ho sempre trovato il posto migliore dove cercare il senso ultimo e più profondo delle cose. Una ricerca, che per fortuna, non è ancora finita.
Quel libro fu un autentico successo, di critica e pubblico. Se lo aspettava?
Se devo essere sincero io sono sempre stato una persona entusiasta e ottimista. Ma certo l'uscita di ogni libro porta con sé ansie e timori. Leggere grandi firme, le stesse che seguivo sui giornali per scegliere le mie letture, che parlavano bene del mio libro mi ha emozionato e commosso. E lo stesso capita ancora oggi quando mi arriva una mail da un lettore o qualcuno mi fa dei complimenti. Per me comunque era stato un traguardo notevole già arrivare alla firma di un contratto con una casa editrice importante come la Fazi, oltretutto era la stessa casa editrice, all'epoca, del mio scrittore preferito: John Fante.
Il romanzo è ambientato nella Holden di Torino, la scuola di scrittura più nota d'Italia, da lei frequentata e, intuiamo, amata. Rifarebbe quell'esperienza?
Non una, ma cento altre volte. Dopo alcuni anni passati a Bologna a studiare letteratura a livello teorico, mi ero trasferito a vivere a Torino. E lì, io che non avevo mai visto uno scrittore in carne e ossa, ho avuto la fortuna di incontrarne molti tra quelli che più avevo letto e amato, a partire da Alessandro Baricco e tanti altri ancora. Imparare da loro tecniche e segreti della narrazione è stato un privilegio per il quale mi sento molto fortunato. Altrettanto importante è stato il contatto quotidiano con gli altri studenti della scuola. L'esperienza alla Holden è stata un vero e proprio trauma culturale e per superarlo ho sentito l'esigenza di scriverne un romanzo, “Paradise for All”, appunto, in cui ho cercato, nell'ambito di una trama noir di fantasia, di fare rivivere quelle atmosfere.
Nella storia lei è “Alessio il pescarese”, uno dei personaggi principali, ragazzo buono, affidabile e soprattutto “abruzzese”: il profondo Nord le fece pesare, allora, di essere uno che veniva dal (quasi) profondo Sud?
L'impressione che ho sempre avuto, viaggiando molto, è che noi abruzzesi godiamo di una reputazione molto buona. Il mito dell'abruzzese "forte e gentile" esiste ancora e in generale le persone tendono a fidarsi e a provare simpatia per noi. Nella raffinata Torino, ma anche nella dotta Bologna o nell'elegante Milano, fa sempre piacere incontrare una persona genuina e semplice. E con cui si finisce per confidarsi facilmente. Un po' come capita a Matteo, il narratore della storia, un surfista smanioso e impulsivo molto lontano da me, che racconta tutto in prima persona al pescarese che alla fine scriverà il libro usando la sua voce.
Sandro Veronesi, scrittore e suo docente del tempo, in quarta di copertina scrive che lei era «una spugna» perché pronto ad assorbire e trasformare in scrittura tutto quel che le veniva detto, consigliato: crede sia questo il primo compito di uno scrittore?
Assolutamente sì. Ed è quello che ho cercato di fare in “Paradise for All”. Dieci anni dopo, rileggendo il libro in vista della ristampa per Bompiani, mi sono messo a scrivere la lista di citazioni che c'erano nel libro. Da questo gioco personale è venuta fuori l'idea della parte inedita, la piccola enciclopedia holdeniana che spero possa essere utile come guida a un nuovo lettore curioso che voglia scoprire tutto quello che ho cercato di assorbire e riprodurre nel mio romanzo: altri libri, ma anche musica, film, serie tv e bizzarri fatti di cronaca.
In genere gli scrittori ripudiano i propri esordi, anzi tendono a nasconderli. Lei, invece, lo ripropone, ripubblicato oggi da un importante editore: marketing, nostalgia oppure cosa?
Non posso negare che la scelta di riproporre questo romanzo è dovuta soprattutto alle buone vendite di “Solo sigari quando è festa” (che da poco è stato ristampato). È stata una notizia che mi ha reso felice. Ho avuto un po' di paura prima di iniziare a rileggerlo, ma alla fine mi è sembrato che si trattasse di un buon vino, che con gli anni, per fortuna, non è si è trasformato in aceto.
Il paradiso è davvero per tutti?
Non credo possa esistere un paradiso, se non è un paradiso per tutti.
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