Rosato: «La poesia è sfogo utopistico Io sono solo uno che scrive versi»

18 Giugno 2017

«Letteratura abruzzese? C’è il collante dell’origine, ma manca il punto d’unione. Tra i miei autori amati Montale, Caprone, Saba. Dal fallimento della Virtus Lanciano non guardo più partite in tv»

Peppino Rosato non ha mai avuto un telefonino né ha mai usato un computer. I file che conservano scritti, appunti e disegni sono sistemati nelle cartelle e nei faldoni ordinati nella sua casa di corso Roma a Lanciano. A lui è comunque dedicata una voce di Wikipedia, l'enciclopedia libera on line, della quale gli hanno riferito.
Se si cerca il suo nome su internet la prima cosa che viene fuori è la definizione di “scrittore, giornalista e critico”: vi si riconosce?
Giornalista penso di sì, perché ho lavorato tanti anni in Rai e ho scritto su numerose riviste, spesso occupandomi di critica, e facendo quindi il critico. Scrittore è una definizione importante, che non so se mi calza. Pensando che ho pubblicato molto di poesia, mi viene in mente Ennio Flaiano che diceva che “la poesia è una vita di scorta”, una sorta di sfogo utopistico. Dovremmo chiederci anche cos'è la poesia, che deriva dal greco poieo, che significa produrre, fare, creare. Ecco: la poesia è una cosa troppo grande per lasciarla a chi si dice o si crede poeta. Per questo non accetto la definizione di “poeta”, quanto più quella di uno che scrive versi.
Ha appena citato Flaiano, un nome tra i più noti quando si parla di cultura e letteratura abruzzese. Ma esiste una “letteratura abruzzese” propriamente detta?
Al di là del collante delle origini è mancato quel punto di unione che ad esempio si può trovare nella “linea napoletana” che ad esempio hanno seguito Michele Prisco, Domenico Rea o Alfonso Gatto. Gli abruzzesi più rinomati, tra i quali si possono citare anche Mario Pomilio originario di Orsogna, il lancianese Eraldo Miscia e altri, hanno spesso operato fuori dalla regione. Basti pensare che Benedetto Croce è considerato un intellettuale “napoletano”.
Per molti, come ad esempio Miscia, l'Abruzzo è comunque un tema ricorrente o fonte di ispirazione.
Eraldo sicuramente è uno di quelli che nella sua scrittura ha attinto molto all'origine: nonostante operasse a Roma, i suoi romanzi principali pubblicati da Rusconi sono ispirati a Lanciano; ha reso in versi la tragedia di Marcinelle con “Nessuno lo sapeva che eravamo santi”, che è una sorta di Spoon River degli emigranti.
Non esiste neanche una vera letteratura in abruzzese?
Qualcuno ci ha provato con buoni risultati: Alfredo Luciani o Modesto Della Porta, e soprattutto Cesare De Titta. La questione però non è semplicemente scrivere in dialetto, ma pensare i massimi sistemi in dialetto.
Lei è stato tra promotori di un premio importante dedicato alla scrittura in vernacolo come il Sansone.
Quella è stata un'iniziativa importante perché ha cambiato la concezione che si aveva della poesia in dialetto, considerata un genere di Serie B. L'idea nacque con l'allora sindaco di Lanciano Errico D'Amico, che nel '66 propose di rispolverare un vecchio concorso regionale; io e altri avanzammo l'idea di un premio nazionale, perché in Italia non esisteva nulla del genere! Chiamammo a presiedere la giuria Mario Sansone, al quale poi è stato intitolato il premio; venne Biagio Marin, poeta friulano che era il più noto all'epoca; nei primi anni '70 si fecero convegni a Lanciano con i più grandi storici e critici italiani. Fino al 2008, in 42 anni, si fecero 30 e non 42 edizioni, perché ogni volta che cambiava sindaco dovevamo convincere il nuovo della bontà dell'iniziativa. A un certo punto le risorse sono venute a mancare definitivamente, come per altre iniziative.
I premi letterari sono utili? Lei ha avuto un ruolo attivo anche nel Flaiano.
«Sono un momento di incontro importante con critici, convegni, giuria. A Pescara iniziammo dal teatro, e poi si allargò ad altri settori, e vennero i più grandi sceneggiatori del momento, scrittori, o attrici di fama come Monica Vitti o Sophia Loren. Era straordinario vedere tutta questa gente a Pescara: un artista che viene a ritirare un premio può sembrare una cosa futile, ma credo fosse anche una vetrina importante per la città.
Qual è stato il suo primo approccio con la scrittura?
Fino in prima liceo disegnavo vignette, e così sono entrato in contatto coi settimanali satirici romani il Travaso e il Marcaurelio, sui quali nel '48 ho iniziato a pubblicare epigrammi scherzosi: quelle quartine di versi satirici sono stati la mia prima verseggiatura. Al '56 invece risale la prima pubblicazione di versi.
Se la sente di indicare un libro simbolo tra le sue letture?
Più che un testo io sceglierei degli autori: innanzitutto Eugenio Montale; poi Giorgio Caproni, Salvatore Quasimodo tranne qualcosa, Umberto Saba… Ecco, questi sono i poeti che leggevo e amavo.
Tra i circa 70 titoli pubblicati da lei invece ce n'è uno che presenterebbe come biglietto da visita di Peppino Rosato?
Uno in particolare no. Però per la poesia sono molto legato ad “Ars oratoria e altro”, uscito nel '74; per la narrativa dico “Il Regno di Boccuccia”, che racconta la politica e la storia di Lanciano negli anni '60 attraverso un povero cristo che cerca lavoro e viene sistemato come custode dei bagni pubblici, che diventa appunto il suo regno.
Si interessa o si è interessato di politica?
Attivamente no. Io venivo dall'Azione cattolica, e per staccarmene un po' alla volta mi sono avvicinato prima al socialismo saragattiano e poi a quello nenniano. Ma non sono mai stato un militante: ho avuto solo un anno la tessera del Psi. Mi colloco generalmente a sinistra, mi sento vicino alle fasce deboli, ma non mi riconosco in nessuna forza in particolare».
E di sport si interessa?
Una delle prime cose che ho fatto quando nel '93 sono rientrato stabilmente a Lanciano, è stata fare l'abbonamento alla squadra. Il fallimento della Virtus l'anno scorso è stato una tale delusione che non ho più visto partite in televisione: giusto qualcuna della Pro Vercelli perché ci giocava il nostro ex capitano, Carlo Mammarella».
A proposito, oggi al polo museale di Lanciano si conclude la sua prima mostra di pittura.
È stata organizzata per i miei 85 anni: mio figlio Lucio ha insistito, perché nessuno aveva mai visto le mie opere. Ho iniziato a dipingere negli anni '70: quando lavoravo in radio si parlava spesso di arte, perché allora a Pescara c'erano ben 22 gallerie.
Anche pittore quindi! Cos'altro possiamo aggiungere?
Umorista: forse lì potevo fare qualcosa di più. Come direbbe Flaiano: magari avessi fatto l'umorista serio!