Rulli: all’Aquila scuola di cinema a rischio nonostante i successi

8 Settembre 2015

di Anna Fusaro «Zac, i fiori del Male», film sul grande autore satirico siculo-abruzzese Pino Zac prodotto dalla Fondazione Scuola nazionale di cinema (Snc) nella sua sede aquilana, viene proiettato...

di Anna Fusaro

«Zac, i fiori del Male», film sul grande autore satirico siculo-abruzzese Pino Zac prodotto dalla Fondazione Scuola nazionale di cinema (Snc) nella sua sede aquilana, viene proiettato oggi alla 72ª Mostra di Venezia. Lungometraggio di diploma del giovane siciliano Massimo Denaro, uno dei primi allievi del corso di reportage audiovisivo inaugurato nel 2012 all'Aquila, è il fiore all'occhiello per la Fondazione Snc presieduta da una grande firma del cinema italiano, lo sceneggiatore e regista Stefano Rulli. Raggiunto telefonicamente a Venezia, Rulli ha espresso orgoglio ma anche preoccupazione per la sede Abruzzo della Snc: «Abbiamo aperto la sede nazionale dell'Aquila firmando nel 2011 un accordo con Mibact, Regione, Comune e Provincia aquilani, con l'obiettivo di contribuire alla ricostruzione anche culturale. Il film di Denaro coniuga molto bene il lavoro documentaristico sul territorio e una storia, come quella di Zac, di interesse nazionale e internazionale. Purtroppo siamo un po' delusi perché, nonostante i risultati, non c'è un orientamento della Regione Abruzzo a proseguire l'esperienza dopo questo primo triennio». Autore delle sceneggiature di film pluripremiati, vincitore di quattro David di Donatello, Stefano Rulli ha scritto molti film con Sandro Petraglia.

Maestro, come si scrive in due? «Il nostro metodo è sempre stato un po' laborioso. Non abbiamo mai scritto insieme. Ognuno scriveva una parte del film, poi ci scambiavamo i testi e ognuno era libero di apportare cambiamenti. C'è sempre stata questa apertura reciproca al contributo creativo e alla critica dell'altro. Inoltre si condivideva molto già a livello di soggetto e trattamento, parlavamo sempre molto in fase di ideazione».

Quattro David per la sceneggiatura, "Il portaborse", "La meglio gioventù", "Romanzo criminale", "Mio fratello è figlio unico". A quale è più legato? Però non mi risponda che sono tutti uguali come i figli. «Guardi, le darò una risposta ancora più diplomatica (ride ndr). C'è un quinto David, ricevuto per la regia di "Un silenzio particolare", un film del 2004 sul rapporto con mio figlio Matteo, oggi 36enne, che ha problemi mentali dalla nascita. La statuetta ce l'ha lui, perché il film l'abbiamo costruito insieme. Ecco, quello è il David a cui sono più legato. Così non faccio torto a nessun film o regista».

Lei ha scritto per molti registi della cosiddetta generazione di mezzo, Luchetti, Giordana, Mazzacurati, Salvatores, Marco Risi, Amelio. Chi si attiene di più alla sceneggiatura e chi la tradisce? «A volte chi la tradisce di più è proprio chi è troppo fedele al testo. Non mi pongo mai il problema che venga rispettato pedissequamente ciò che ho scritto. Il problema è rispettare il sentimento, lo spirito della scena. Per esempio, nel “Ladro di bambini” Gianni Amelio tagliò quasi completamente un lungo monologo della bambina, ma l'intensità dell'inquadratura era tale che dentro c'era ugualmente tutto quello che avevo scritto. Nutro sempre un sentimento positivo nei confronti dei registi e grande fiducia in loro. Sceneggiatore e regista devono condividere un sentimento, che permetterà al regista di tradurre il testo nel suo linguaggio, fatto di inquadrature, paesaggi, silenzi, musica. Un primo piano può restituire anche quelle battute, quei gesti previsti nella sceneggiatura ma tagliati nelle riprese».

Nelle intercettazioni di "Mafia capitale" Carminati dice che il film "Romanzo criminale" è meglio della serie tv. Sapeva di questo "apprezzamento"? «No, questo mi mancava… Parlando seriamente, però, va detto che sia il film sia la serie sono state esperienze molto interessanti per il cinema italiano. Ogni opera ha il suo linguaggio, il libro, il film, la serie. Nello scrivere la sceneggiatura per un film di 90 minuti ho dovuto cercare una sintesi rispetto al libro, scegliere caratteri che avevano più forza di altri, sacrificando alcuni personaggi e vicende. Nella serie invece hanno potuto recuperare quel respiro più lungo».

A proposito di lunga serialità, lei e Petraglia avete scritto cinque serie della “Piovra". Vi aspettavate quell'enorme successo internazionale? «Io e Sandro siamo entrati nella terza serie, quando "La Piova" già aveva avuto successo. Ci affascinava molto l'idea di fare un certo tipo di serialità. Ricordo che quando si sparse la voce che il commissario Cattani sarebbe morto alla fine della "Piovra 4" la gente tempestò di telefonate la Rai implorando "non lo ammazzate, non lo ammazzate", come se si potesse cambiare il corso di un episodio già girato e montato. Fu un'esperienza sorprendente e pionieristica, che aprì la strada in Rai alla lunga serialità, a prodotti di qualità che non hanno avversari a livello internazionale».

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