Sabatini Odoardi: trasformo in opere i panneggi dei vestiti di mia madre

2 Aprile 2017

L’artista pescarese racconta la sua vocazione che nasce da un’ossessione per gli oggetti quotidiani «Fin da bambino ho disegnato il bicchiere da cantina, una forma enigmatica che ne contiene un’altra»

di Jolanda Ferrara

Occhi verdi magnetici, bello e imbronciato. Quasi irresistibile, non fosse per quella dannata ansia di sfidare l'ineluttabilità del tempo, l'inevitabile disfatta, la polvere che si deposita finanche nelle (metaforiche) pieghe dei panneggi, cancellando di noi ogni traccia. Al quotidiano tormento che lo accompagna dall'età della ragione, Gino Sabatini Odoardi replica freddando l'oggetto, anestetizzando la materia, ibernandola. Sfruttando la tecnica della termoformatura in polistirene, quel procedimento industriale diventato suo congeniale mezzo espressivo, naturale evoluzione del primitivo concetto di sottovuoto. Un'intuizione geniale - per quanto illusoria, ammette - che lo rende a tutt'oggi unico nel panorama dell'arte contemporanea e che gli ha consentito di farsi apprezzare anche fuori dei confini nazionali. Opere dell'artista pescarese sono esposte a Ginevra dalla Gowen Contemporary, galleria che dal 2013 lo rappresenta all'estero come unico artista italiano; in Italia è rappresentato dalla Whitelight di Milano. Nel 2011 è stato invitato alla 54esima Biennale di Venezia, Padiglione Italia. Di ieri, sabato primo aprile, è l'omaggio tributatogli dall'amministrazione comunale di Alanno, di cui è cittadino acquisito ormai da trent'anni.

Nella torre medievale del paese, Gino ha voluto ancorare le radici del suo pensiero. Quella secolare torre in pietra è il suo studio di progettazione da sempre, il suo nascondiglio «a vista». Una mostra "Inspiegata" nella Casa della Cultura, ex asilo di Alanno, racconta in sintesi la sua ricerca artistica, fino al 30 aprile (www.comune.alanno.pe.it).

Che cosa ha trovato in quella torre di avvistamento?

Frequento Alanno da quando sono nato, è il paese di mio padre e dei miei nonni, il sabato e la domenica andavamo sempre in campagna da loro. Quella torre è per me uno spazio neutro e partigiano. Dentro ci sono io e quello che condivido. Posso farmi eco, ascoltare la mia voce da un'altra parte dello spazio, grazie alla sua architettura circolare. Un gioco bizzarro e inconsapevole, di rimandi. Ho altri posti dove lavoro, ma nessuno è altrettanto degno come quella torre. E poi è giusta, ridisegna perfettamente la sagoma rovesciata del mio bicchiere...

Il bicchiere da cantina, il suo segno di riconoscimento fin dagli inizi.

Quel bicchiere povero è la messinscena di un'ossessione, come giustamente ha affermato Angela Vettese. Un soggetto enigmatico, che ho disegnato fin da bambino. Oltre alla forma esteriore, ha la proprietà di contenerne un'altra. E' significante e significato. Può essere mezzo pieno e mezzo vuoto. E' dentro e fuori. Un mondo. In quel perimetro non c'è spazio per nessuna ideologia, non a caso i simboli stanno sempre sul bordo, mai dentro. Quel bicchiere da acqua e da vino che trovavo a casa dei miei nonni, è una metafora che ancora oggi mi seduce.

Quando ha avvertito l'urgenza di esprimersi attraverso l'arte?

Molto presto. A dieci anni gli insegnamenti avuti da un pittore di Alanno, Antonio Capone, amico di famiglia, sono stati per me fondamentali. Mi ha insegnato i segreti della pittura. Questo non vuol dire che non sono stato ragazzino o che non andavo con gli amici a divertirmi, ma ho capito subito che non volevo perdere tempo dietro alle cose effimere. Fino all'accademia ho dipinto, poi ho capito che in pittura era stato detto talmente tanto e io non avevo idea di cosa aggiungere. Così ho lanciato tutti i pennelli dalla finestra. La necessità di esprimermi mi ha portato a indagare altri materiali, altri linguaggi.

Così sono arrivati i primi esperimenti di sottovuoto.

Ho messo sottovuoto i miei vestiti, ho smontato i miei vecchi dipinti dai telai e li ho accartocciati, piegati, imprigionati nel sottovuoto. Negli ultimi venticinque anni ho lavorato per sottrarre colore. Dalla plastica trasparente sono passato a un approccio più meccanico, fino alla termoformatura.

Un'idea possibile di aldilà?

Una delle tante forme consolatorie, un modo di tenere a bada l'ansia di stare al mondo e non sapere il perchè. Malumore, disagio, insofferenza. Se non avessi fatto l'artista mi sarei sicuramente suicidato.

Dal sottovuoto all'ibernazione industriale in cerca di consolazione, mettendo in discussione simboli e dogmi della religione. Con l'approdo ultimo al concetto di piega si sente riappacificato col mondo?

Non mi sono chetato. Ma voglio che il mio lavoro sia meno didascalico, più laico. Tra le pieghe si può nascondere un mondo. Un foglio piegato all'infinito può essere la stratificazione di un elemento che può divenire il tutto. La piega è metafora della vita stessa. Carmelo Bene ha affermato che il grande teatro deve essere incomprensibile. Proprio perché la vita stessa è incomprensibile!

La piega è per lei seduzione plastica, ricerca di bellezza classica, barocca. Come nasce il suo amore per il panneggio? E' odore e memoria di un gesto, che mi porto dentro dall'infanzia. Sono cresciuto in una famiglia di tappezzieri tra le pieghe di mia madre mentre cuciva a macchina. Cotoni, velluti, broccati, stratificazioni, armonie, intriganti espressioni di accordi. Infinite combinazioni come infiniti sono i risvolti della vita.

I suoi lavori sono oggetto di collezionismo. Quanto è costoso irrigidire morbidi panneggi con la termoformatura?

I miei lavori costano tanto già a monte. Per realizzarli mi servo degli impianti utilizzati nelle fabbriche dove si stampano cruscotti per automobili. Quando è il mio turno, bloccano la produzione per 3-4 giorni. La vernice impiegata è garantita cent'anni. Quando intervengo per modellare la piega ho pochissimo tempo, secondi, prima che la materia non sia più plasmabile. Su questo sono paranoico, il lavoro deve essere impeccabile, pulito, perfetto.

Cosa le piace di più e cosa più detesta?

Amo scompaginare armonie, lo specchio opaco, la sottrazione del bianco, il silenzio, la teatralità delle ombre lunghe, le persone che si annusano, la Coca-Cola con ghiaccio e limone, le macerie del pensiero, la poesia in una pallina di carta, un teatro vuoto, il profumo del bucato, il mio bicchiere di pietra rovesciato. Detesto armonizzare lo scompaginato, l'estetica del brutto, le briciole, il semaforo rosso, le frasi fatte, l'ispirazione, la desolazione di una piazza piena, l'alito cattivo, il dover passeggiare senza scopo, la musica folk, regalare tempo che non ho, un banale "dovrei"...

©RIPRODUZIONE RISERVATA