“San-Pa”, dalla serie Netflix al romanzo Gabardini: una ferita che sanguina ancora

23 Aprile 2022

PESCARA. «Da quale esigenza è nato il libro? Da alcune domande che mi sono rimaste appiccicate addosso nei due anni e mezzo di lavorazione della docu-serie. Domande soprattutto delle nuove...

PESCARA. «Da quale esigenza è nato il libro? Da alcune domande che mi sono rimaste appiccicate addosso nei due anni e mezzo di lavorazione della docu-serie. Domande soprattutto delle nuove generazioni. Ma non solo. “SanPa” è una storia comune, di tutti, che ci riguarda ma abbiamo deciso di dimenticare».
Carlo Gabardini, vulcanico attore, scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico, racconta al Centro il perché del suo nuovo libro “Una storia comune. Sanpa: io, noi, tutti”, publicato da Harper Collins, che il 48enne autore milanese presenta oggi a Pescara, ospite del Fla - Festival di Libri e Altrecose per la Giornata Mondiale del Libro. Appuntamento alle 19 all’auditorium Petruzzi.
Intervistato dal direttore del Fla Vincenzo d’Aquino, Gabardini parlerà di “SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano”, la serie tv documentaristica in cinque parti targata Netflix e scritta da lui con Gianluca Neri e Paolo Bernardelli sulla comunità di recupero per tossicodipendenti fondata (nel 1978) e diretta a Coriano da Vincenzo Muccioli, figura controversa e discussa per i suoi metodi. Inoltre, con il libro “Una storia comune” Gabardini riporterà l’attenzione su un luogo oggetto di opinioni opposte e molti pregiudizi, polemiche e fatti rimasti opachi. «Mi ha colpito il modo in cui, dopo la docu-serie “SanPa”, si è ricominciato a discutere di San Patrignano e si sono riproposte tutte le inutili polarizzazioni sulla figura di Muccioli», prosegue Gabardini. «Le polarizzazioni sono pericolose. Abbiamo assistito a polarizzazioni estreme, tra no vax e sì vax, no gren pass e sì green pass, tra chi dice no ai migranti e chi vuole accoglierli. All’epoca su Muccioli e SanPa ci si dispose su due barricate, volarono insulti sulla questione droga, sulla questione giovani».
Perché scrivere il libro? Difficile staccarsi dal racconto di SanPa in cui si è immerso a lungo con la docu-serie?
«Riprendere quelle domande, sulla droga, sui giovani, era interessante. Anche la vicenda di SanPa lo è, per poter parlare di oggi. È una storia esemplare per parlare del nostro tempo, dell’Italia, dei pericoli che corriamo. Poiché non sono un archeologo ma uno sceneggiatore, anche di programmi comici (le sitcom “Camera Cafè” e “Piloti”, il varietà “Stasera casa Mika”, ndc), ho scelto la forma documentario. Con la docu-serie abbiamo scoperto che sotto il cerotto la ferita sanguinava ancora. La questione della memoria è importante. Se non si riparte dalla memoria collettiva diventa difficile comunicare con le nuove generazioni. Oggi la droga non è sparita, anzi ne circola di più e siamo ancora più impreparati perché ne sappiamo di meno. C’è ancora quel gigantesco tabù nato negli anni Settanta, non è facile parlare di eroina. “Una storia comune” è un libro sulla memoria di un Paese e anche sull’inconscio collettivo. A parte i ventenni di oggi, ognuno di noi ha avuto un familiare o un amico o un conoscente in comunità di recupero. Per questo motivo è una storia che tocca, che appartiene alla collettività. Me ne accorgo a ogni presentazione del libro».
Ha costruito “Una storia comune” con materiali diversi, memoria autobiografica, saggio, inchiesta, tra la ricostruzione delle indagini alla base della docu-serie, il ritratto dell’Italia degli anni Ottanta, vicende familiari e personali.
«Nel libro un documentarista si chiede se ha senso raccontare questa storia. Credo di essermi lentamente ritrovato a collezionare e collazionare materiali diversi, diversi punti di vista, diversi appunti, col desiderio di coinvolgere più voci, anche ciò che non era stato montato nel documentario. Il libro è anche il tentativo di distaccarmi dalle immagini, dopo l’indigestione fattane per il film. Con la docu-serie, uscita su Netflix a fine 2020, è stato come se fossimo tornati tutti là. Poi, come si racconta questa roba sulla pagina? Rimanendo dentro quel percorso, ma rendendolo qualcos’altro, con una sceneggiatura, dei dialoghi. La descrizione di Muccioli è un collage di frasi su di lui, in un capitolo del libro. Che non richiede la preventiva visione della docu-serie. Ci sono anche un sacco di cose personali».
Ha fatto coming out a 37 anni con una lettera aperta pubblicata da Repubblica. Nel personaggio di Marco, che realizza la propria omosessualità da adulto, con moglie e figli, quanto c’è di lei?
«È totalmente autobiografico Marco, un insieme di più storie che ho avuto e di più personaggi».