Santi, nobili, popolo Raffaele Colapietra piccona i falsi miti

10 Dicembre 2020

Lo storico quasi novantenne risponde a Vittorini e svela verità e vizi della sua città «in declino» 

L’AQUILA. Raffaele Colapietra ha da poco compiuto 89 anni e per il suo compleanno (è nato il 24 novembre 1931) ha donato all’Aquila un libro di storia che aiuta ad analizzare il passato, capire il presente e provare a immaginare il futuro.
Si tratta di “Intervista sull’Aquila” (edizioni Texus. 17 euro) curato da Marta Vittorini archivista e storica dell’arte. L’idea alla base del volume è semplice ma efficace. Marta Vittorini ha rivolto 60 domande a Colapietra (che da qualche anno non scrive più di suo pugno) e le risposte dello storico fanno fare al lettore una cavalcata in quasi otto secoli di vicende del capoluogo d’Abruzzo: dalle origini fissate convenzionalmente intorno alla metà del XIII secolo fino a oggi. Il testo che ne viene fuori ha tutti i pregi del Colapietra oratore: godibile, ironico pur senza mai esagerare e “picconatore” dei tanti falsi miti che, soprattutto dopo il sisma del 2009, sono tornati ad alimentare quella “aquilanità” eroica, autocelebrativa e a volte spocchiosa buona per le fiere delle vanità che all’Aquila hanno le bancarelle sempre piene.
Colapietra nel libro demolisce tanti luoghi comuni e nutre il suo racconto di nomi, date, fatti che collega con maestria. Non bisogna dimenticare che lo storico quasi novantenne ha passato parte della sua vita a studiare le fonti d’archivio, in particolare gli atti notarili e questo gli ha permesso di conoscere vizi e virtù di una città piena di contraddizioni e che, dice l’autore rispondendo all’ultima domanda, «da molti anni ha una vita pubblica, culturale e civile insignificante». Anzi, ha aggiunto provocatoriamente, il terremoto del 2009 è stata l’unica cosa di una certa rilevanza accaduta di recente. Il libro è un pozzo di curiosità. Alle origini della città non ci sono solo i 99 castelli (altro mito duro a morire) che secondo la leggenda come per incanto un giorno si unirono per edificarla. Più banalmente L’Aquila nasce intorno alla piazza del mercato (dove dal contado i “villici” andavano a vendere i prodotti della terra) ben prima del 1254 data che di solito viene indicata come quella di fondazione. E il mercato resta centrale per secoli tanto che Colapietra afferma che è una forzatura chiamare il cuore del capoluogo “piazza del Duomo” invece che “piazza del mercato”.
Anche il mitico Buccio di Ranallo, il cronista trecentesco, viene in parte smitizzato: «Le notizie che egli porta nella sua cronaca», sostiene Colapietra «sono di seconda e terza mano. Egli frequenta il mercato proprio per poter avere, naturalmente a livello popolare, gli echi di ciò che avviene in alto loco». Gossip insomma. Persino la canonizzazione di San Pietro del Morrone (Celestino V) andrebbe ricondotta a una poco nobile e poco santa «operazione politica condotta dal re francese Filippo il Bello, nemico giurato del successore di Celestino, Bonifacio VIII. Infatti. non potendo attribuire a Celestino virtù particolari se non quelle di una santa vita essendo stato alla testa di una grande congregazione benedettina come quella dei celestini », sottolinea Colapietra, «lo si dovette qualificare nel 1313 _ cosa che troppo spesso si dimentica _ come San Pietro confessore, nome che ebbe per 350 anni. Confessore significa colui che è confesso, che dichiara cioè la propria fede cristiana. Non è molto».
Uno dei protettori della città è San Massimo D’Aveia e pure qui lo storico smonta tutta una tradizione locale legata al Santo. Parlando di Sant’Equizio, altro protettore dell’Aquila Colapietra chiosa: «Sant’Equizio è personaggio storico realmente vissuto, a differenza di San Massimo che invece è del tutto leggendario. Basti dire che ci sono varie città che hanno San Massimo come protettore e tutte lo immaginano precipitato da una rupe e quindi martirizzato. Nel caso nostro la Rupe è quella di Ocre».
Dopo il terremoto del 2009 si è parlato molto della ricostruzione settecentesca, seguita al sisma del 1703 (di cui Colapietra fornisce un dato da ritenersi esatto: oltre 2000 morti su una popolazione di 8000 abitanti), da parte di importanti famiglie aquilane legate alla pastorizia. La versione di Colapietra ridimensiona in parte anche questo mito con particolare riferimento alla figura di Gian Lorenzo Centi, che «non ha posseduto nemmeno una pecora» e che realizza palazzo Centi che, presto, dovrebbe tornare a ospitare la sede della giunta regionale.
Dunque ci furono sì interventi finanziari importanti «ma senza quella presenza armentaria e pastorale che è uno dei miti aquilani che andrebbe messo da parte», dice lo storico. Sul rapporto fra città e frazioni (se ne parla nella domanda sul Seicento e poi in quella sulla nascita della Grande Aquila del 1927 con la soppressione di alcuni comuni del circondario) Colapietra è lapidario: «I rappresentanti delle frazioni in seno al consiglio comunale dell’Aquila, per quello che è a mia conoscenza, erano gente che veniva da un altro mondo, amministrativamente facevano parte del Comune ma non della città. La città era una cosa, le frazioni un’altra. Un mondo diverso». Le curiosità e gli spunti di riflessione che offre Colapietra agli aquilani in “Intervista sull’Aquila” sono innumerevoli. Un libro da leggere ma soprattutto da meditare.