“Se’ nùmmari” la crisi di una coppia tra felicità e follia

CHIETI. L’ultimo appuntamento con la stagione di prosa del teatro Marrucino è con la pièce “Se' nùmmari”, di Salvatore Rizzo, protagonisti Filippo Luna e Valeria Contadinoin scena questa sera alle...
CHIETI. L’ultimo appuntamento con la stagione di prosa del teatro Marrucino è con la pièce “Se' nùmmari”, di Salvatore Rizzo, protagonisti Filippo Luna e Valeria Contadinoin scena questa sera alle ore 21 e in replica domani alle ore 17. A firmare la regia della nuova produzione del Teatro Stabile di Catania, è Vincenzo Pirrotta,che racconta con lo stile registico che lo contraddistingue, la storia di Orazio e Anna e del loro matrimonio che giorno dopo giorno si sgretola sotto il peso della difficoltà, anche se aver azzeccato i sei numeri al Superenalotto sembra la chiave di svolta per una vita migliore, ma questa apparente felicità li porterà ben presto a perdere il lume della ragione.
Luna e Contadino sono magistrali interpreti di uno spettacolo vero e raro, che lascia un segno nello spettatore. Un'interpretazione viscerale, brutale eppure dolce, densa di pathos, che ci mette di fronte a una verità infallibile : la vita è una tombola, si può vincere e si può perdere, anche la dignità di uomo.
«Confessare dove, in che tempo, perché li ho pensati, Orazio e Anna, protagonisti di “Se' nùmmari”, sarebbe un colpo sotto la cintura per Vincenzo, Filippo e Valeria», racconta l’autore, «grazie ai quali questa storia lascia stasera i fogli di un copione e si trasfigura in anime e corpi di palcoscenico. Quasi un torto. Che non penso affatto di fargli, grato come devo esser loro per farmeli “vivere”, questi miei figli di carta che da un po' di tempo sono soprattutto loro figli». Il tempo in cui si muovono i due personaggi è «un oggi che può essere l'altro ieri o dopodomani», spiega ancora Rizzo. «Un oggi comunque, un oggi qualunque. Ma anche – visto il rito sacrificale di cui Orazio e Anna sono spietati sacerdoti – l'indefinito “sempre” del mito (che è un territorio, a dirla tutta, che a Pirrotta piace frequentare, nel suo teatro)». E poi c’è il luogo: «Che importa, il “dove”?», osserva l’autore. «Orazio e Anna parlano in siciliano ma la loro storia credo sia ovunque, una tragedia di città o di provincia. E il loro spazio, comunque, penso sia più quello della follia che quello fisico, è la gabbia del delirio che imprigiona le loro menti, la ragnatela della febbre che li assale e li rinserra dopo che hanno intravisto un barbaglio di felicità che, da lontano, dopo gli anni del dolore, del negarsi e del donarsi, scambiano per un'improvvisa catarsi. E non si accorgono che quella è invece una trappola: chissà, magari tesa, messa lì apposta dagli stessi dei». Il “perché”, infine. Perché accade quello che accade ad Orazio e ad Anna? «Io stesso non so spiegarlo, né credo possa spiegarlo il teatro. O almeno: può sicuramente capirne il tormento, rendersene partecipe, anche senza giudicare, ma non gli si possono chiedere diagnosi. Non so se il “perché” risieda nella ricerca quotidiana di ciò che non abbiamo o che magari abbiamo già ma ci ostiniamo a non vedere. In quella ricerca che ci esalta e ci sfinisce, ci elettrizza e ci abbrutisce, ci carica al quadrato e poi ci azzera, dalla quale non prendiamo mai una pausa, un moto perpetuo che ci avvince e ci sfiancai».
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