“Semplice”, il ritorno di Motta: «Nel silenzio ho avuto tanta paura»

Con due dischi alle spalle e altrettante Targhe Tenco la pressione si farebbe sentire per chiunque. Ma Motta, che il 30 aprile ha pubblicato Semplice (su etichetta Sugar), non si lascia sopraffare...
Con due dischi alle spalle e altrettante Targhe Tenco la pressione si farebbe sentire per chiunque. Ma Motta, che il 30 aprile ha pubblicato Semplice (su etichetta Sugar), non si lascia sopraffare dall’aspettativa di ripetersi. «No, niente ansia, né vertigini. Ne ho avute di più con il secondo lavoro, ma ho capito che troppi pensieri, seppure non fanno male, tolgono la libertà di espressione. Ho lavorato senza sentirmi costretto a rispettare una determinata struttura», racconta il polistrumentista e cantautore toscano che si è fatto adottare da Roma, dove ha registrato e prodotto (insieme a Taketo Gohara) il nuovo lavoro.
Le canzoni sono nate prima della pandemia (anche se rimaneggiate e qualcuna alla fine è rimasta nei cassetti, come Dov’è l’Italia, il brano presentato a Sanremo 2 anni fa), eppure, come rivela già il titolo del disco, l’attenzione è concentrata sui dettagli, sulle piccole cose, sull’importanza di ogni attimo vissuto in un mondo che corre e ci sfugge dalle mani. «Il tempo dilatato del lockdown mi ha permesso di chiedermi perché faccio questo mestiere. Ho avuto la possibilità, dopo aver corso senza sosta per anni, di fermarmi. E ogni tanto è necessario per metabolizzare quello che si vive».
A 35 anni, il combinato nuova maturità-pandemia lo ha costretto a riflettere, «come tutti, ma poi la risposta è sempre la stessa: faccio questo mestiere perché è la mia vita, è il mio ossigeno». E anche a riconsiderare il suo rapporto con la musica: «Non ho scritto, non trovavo le parole per descrivere la realtà, perché la realtà non c’era. A un certo punto ho avuto paura. Paura di avvicinarmi alla chitarra, perché nella situazione che stavamo vivendo non sentivo più credibile l’idea che la musica salvasse la vita. Poi mi sono reso conto che aveva salvato la mia. E quel tormento che avevo dentro si è pacificato». Motta non dimentica gli inizi con i Criminal Jokers (c’è anche un riferimento «a quei pochi di 10 anni fa» in A te), «per ricordarmi da dove vengo, quando non avevamo niente, ma niente ci bastava. Un modo per ringraziare quello che abbiamo fatto in quel tempo».
E allora la protagonista è lei, si prende spazio, tempo, pensieri, attenzione. Motta lascia che a parlare siano le canzoni, che cogliendo stati d’animo, emozioni, immagini fugaci, più che raccontare una storia tratteggiano un’interiorità che dialoga con se stessa e riflette sulle proprie incongruenze e contraddizioni per poi accoglierle in un abbraccio. Tra i brani, anche una collaborazione con Dario Brunori (Quando guardiamo una rosa), che chiude l’album ed è l’unica scritta nell’era Covid. Semplice («mi sono reso conto di quanto ricorresse questa parola nei testi, ed è stato naturale sceglierla come titolo. La semplicità, come leggerezza, è un punto di arrivo non di partenza») è un disco suonato, energico che con le sue stratificazioni sonore recupera la dimensione live, da mesi impossibile da replicare. Ma Motta non si tira indietro e, nella speranza che la situazione migliori, annuncia le prime 2 date di un tour estivo (il 21 luglio al Carroponte di Milano e il 10 settembre al Parco della Musica a Roma). «Io ci sarò, voglio esserci, in qualsiasi situazione. È una responsabilità da artista esserci», rivendica. «Il coprifuoco alle 22 è un problema, ma sono fiducioso che verrà modificato. C’è in ballo il futuro del settore».