Sergio Meogrossi: così Gassman ha cambiato per sempre la mia vita

30 Aprile 2017

L’attore di Cerchio fra palcoscenico e grande schermo a partire dall’incontro con il Mattatore «Tutto cominciò con “A livella” di Totò recitata a Vittorio sul palco del teatro Quirino a Roma»

Il “fanciullo antico” è cresciuto. Ha la barba folta, l’aria intellettuale e il linguaggio forbito. Se lo conosci scopri un uomo timido, introverso, persino un po’ asociale. Poi lo guardi mentre riempie il palcoscenico con la sua minuta fisicità e ammiri un gigante. L’ossimoro è giustificato dalla capacità di nascondere la sua congenita timidezza in padronanza assoluta della scena.
Sergio Meogrossi, attore marsicano nato a Cerchio, è un affabulatore dalla dizione perfetta. Riesce a declamare a memoria migliaia di passi della drammaturgia classica, strofa dopo strofa, e poi, in un attimo, diventa un fantastico vernacoliere che fa piegare in due dal ridere. Il suo maestro, il suo mito, il suo riferimento teatrale, ma non solo, è Vittorio Gassman.
Ma partiamo dall’inizio. Quando ha calcato i suoi primi passi da attore?
«In paese, quando avevo 18 anni, misero in scena una commedia di Eduardo. Con mia sorpresa mi sentii a mio agio sul palco. Proprio io, imbranato nella vita. Cominciò tutto lì. Fondammo il Lanciavicchio con degli attori aquilani e piano piano cominciò questa febbre per il teatro».
Quando l’incontro con Gassman?
«Lessi sul giornale che Gassman metteva su una scuola, la Bottega teatrale di Firenze. Faceva uno spettacolo e faceva provare i ragazzi davanti al pubblico. Non protocollai in tempo le iscrizioni, ma mi presentai ugualmente da lui in camerino. Mi disse: “Mi dispiace, iscrizioni chiuse”. La mia risposta fu presuntuosa. “Mi spiace, Maestro, lei perde un talento”. “Un talento?”, ironizzò il Maestro, “allora vediamo come te la cavi sul palco tra un atto e l’altro”. Così andò. Io portai “A livella” di Totò e fu un successo enorme».
Perché “’A livella”?
«Non parlavo bene l’italiano, si sentiva la mia cadenza dialettale forte e inoltre ero davanti a un fanatico della dizione e della lingua italiana».
E come andò?
«Benissimo. Il pubblico del teatro Quirino di Roma non smetteva di battere le mani, 10 minuti di applausi. Io imbranato, cercavo di andarmene, e la figlia di Vittorio, Paola, mi riprendeva e mi invitava a tornare al centro del palco a ringraziare».
E Gassman cosa le disse?
«Rimase colpito e da quel momento mi ha sempre detto: “La poesia la declami meglio tu di Totò, perché lui la narra, tu la interpreti”. E aggiunse: “Farò un’altra selezione di provini”. Da 2.000 candidati li portò a 100 e poi a 20. Io portai dei versi di Dino Campana e lui rimase colpito dalla energia, dalla follia. “Io cosa insegno a te? Sei un buzzurro, non riesci a parlare. Imparerai in due anni la dizione?”, così il Maestro mi sfotteva e poi alla stampa mi presentava come “Il fanciullo antico” per il mio aspetto, la mia natura. Era molto affascinato dal mio viso e mi prese per il cinema, non per il teatro».
Come si sviluppò la sua collaborazione successiva con Gassman?
«Il sodalizio cominciò lì, nel 1980/81. Ho lavorato per 10 anni con Vittorio, l’ho vissuto nella sua piena maturità artistica. Abbiamo presentato recital in tutto il mondo: Parigi, New York, Madrid, Barcellona, Vienna, Caracas, Buenos Aires e concludemmo con la New York University che aveva ospitato personalità internazionali di primo livello. Io naturalmente facevo da spalla a Gassman. Questo mi ha fatto tralasciare la mia passione, che era il cinema, la mia vocazione. Preferivo andare con lui anziché aspettare la particina in un cinepanettone. Mi ha fatto conoscere tutti gli intellettuali, partecipammo al Premio Pirandello con “L’uomo dal fiore in bocca” e ho conosciuto Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Edoardo Sanguineti e tanti altri. Era molto amico di Adolfo Celi e Ugo Tognazzi».
Ricorda qualche aneddoto particolare di Vittorio Gassman?
«Una volta ci invitò lo stilista Valentino a un party e lui si presentò tutto elegante con la canottiera sopra la camicia».
Cosa le ha lasciato?
«Aveva una cultura incredibile, parlava bene cinque lingue. Mi ha insegnato la memoria. Più immagazzini dati, parole e più ti arricchisci. Ho un repertorio enorme grazie a questo, potrei parlare a memoria per ore, declamare versi e altro, ma non mi chiedete il mio numero di telefono, perché non lo ricordo».
Di padre in figlio. Da Vittorio ad Alessandro. Cos’è cambiato?
«Ho continuato con Alessandro con “Moby Dick” di Melville e “Affabulazione” di Pasolini. Poi si è dedicato alla regia con “La forza dell’abitudine” di Tomas Bernard in cui io interpretavo un personaggio che parlava per metà in vernacolo cerchiese e per metà in italiano. I suoi lavori di regia li ho fatti quasi tutti: “La parola ai giurati” , “Roman e il suo cucciolo” e “Riccardo III” di Shakespeare in cui interpretavo Buckingham».
Cosa ha in programma per il prossimo futuro?
«C’è un progetto a ottobre con Gassman, vedremo. Alessandro mi ha fatto capire che mi vuole accanto a sé, un po’ perché gli ricordo il papà, un po’ perché sono affidabile. Dal suo papà entrambi abbiamo imparato il ritmo e a dare il massimo. Quando ci vediamo a teatro ci lega l’energia e ogni sera si cerca di migliorare fino all’ultima replica».
Come vive oggi Sergio Meogrossi?
«Vivo da solo, sono un asociale, non amo la gente, la amo solo se sto sul palco. Ma non mi fraintendete, è solo per una questione di timidezza. E poi mi annoio facilmente. La solitudine, invece, mi dà modo di studiare, meditare, pensare, scrivere. A Fonte Capo la Maina, una località in altura, immersa nel verde del territorio comunale di Forme di Massa d’Albe, in una casa che era del ministro Tanassi e che ho acquistato anni fa sono a mio agio. Ora, però, vorrei trasferirmi al mare, ma un mare da guardare da lontano, su una collina».
Dal teatro lei ha avuto tanto, le manca qualcosa dalla vita?
«Non ho avuto figli, e questo è il mio rammarico più grande».
©RIPRODUZIONE RISERVATA