Sesso, sangue e falsi d’autore nel Motel del guardone

11 Gennaio 2017

Il 19 gennaio esce in Italia il libro di Gay Talese che ha suscitato scandalo negli Usa Un proprietario di albergo in Colorado spia coppie in camera da letto e assiste a un omicidio

di Giuliano Di Tanna

Il proprietario di un motel in Colorado spia i suoi clienti mentre fanno sesso nelle stanze e incappa in un omicidio, senza però muovere un dito, anzi continuando a guardare da una piattaforma di osservazione da lui stesso costruita per tenere d’occhio ciò che accade nelle stanze. Poi, anni dopo, contatta un famoso scrittore, Gay Talese, gli propone di raccontare la sua storia – omicidio compreso - e, per convincerlo, gli fa leggere i suoi diari. Lo scrittore ci mette un po’ a convincersi a farne un libro ma, alla fine, si decide, salvo poi essere sbugiardato da un’inchiesta del Washington Post che sostiene di aver scoperto che il proprietario del motel gli aveva raccontato solo un mucchio di balle.

Ce n’è quanto basta, in questa storia, per tirare fuori un altro volume sui retroscena di “The voyeur’s motel”, il libro di Gay Talese pubblicato in America nel luglio scorso e che, il 19 gennaio, uscirà in Italia, edito da Rizzoli, con il titolo di “Il motel del voyeur”, il motel del guardone. Lo scandalo suscitato dalla storia – falsa o vera che sia – è pari almeno a quello sollevato dalle polemiche successive alla pubblicazione del libro che – c’è da scommettere – si riaccenderanno ora in Italia, alla luce anche del dibattito in corso sulle cosiddette fake news, le false notizie, che hanno intossicato soprattutto la campagna per le presidenziali negli Stati Uniti. A fare sensazione in questa storia è stato anche il fatto che al centro del caso ci sia proprio uno scrittore come Talese, 85 anni, di Ocean City nel Maryland, figlio di un sarto calabrese emigrato in America, e maestro del New Journalism, la corrente letteraria, nata negli anni ’60 negli Stati Uniti, che partorì capolavori come “A sangue freddo” di Truman Capote, “La donna d’altri” dello stesso Talese e “Paura e disgusto a Las Vegas” di Hunter S. Thompson, opere che intrecciavano narrativa e giornalismo, affabulazione e cronaca, facendo del controllo di veridicità dei fatti un comandamento inscalfibile.

Che cosa era successo, dunque, in quell’albergo del Colorado, il Manor House, che ricorda il Bates Motel di Psycho? Il proprietario, Gerald Foos, aveva visto in una stanza una coppia di spacciatori di droga e si era introdotto nella loro camera per eliminare la partita di stupefacenti. Quando il trafficante era rientrato, aveva sospettato della sua ragazza. C'era stata una lite e lui l'aveva strangolata. Foos disse a Talese che aveva visto tutto. La questione morale posta da un omicidio che non si fa nulla per impedire non riguarda solo chi ha assistito al crimine, come Foos, ma secondo il Washington Post, anche chi, poi, lo ha raccontato facendone un’opera letteraria, cioè Talese. Il racconto dello scrittore italo-americano, infatti, secondo l’esperto di media del quotidiano americano, Paul Fahri, «implica importanti questioni di etica giornalistica e legale».

«Qual è», si è chiesto Fahri, «la responsabilità di un reporter quando viene a conoscenza di un delitto? Deve denunciarlo alla polizia tradendo la fonte che ha avuto fiducia in lui? O stare zitto fino a quando non è pronto a scrivere tutto quello che ha scoperto?».

In un lungo articolo apparso sul New Yorker, in aprile (tre mesi prima della pubblicazione di “The voyeur’s motel”), Talese scriveva di aver appreso del delitto sei anni dopo l'evento e ammetteva di aver avuto, un problema di coscienza: «Ho passato notti insonni chiedendomi se dovevo denunciarlo. Mi sono detto alla fine che era troppo tardi per salvare la vittima. Ma mi sentivo un po' come un complice, avendo tenuto così a lungo il segreto di Foos». Il direttore del New Yorker David Remnick ha difeso il silenzio di Talese e la decisione di pubblicare: «Lui non è stato un “testimone” dell'assassinio. Non nella sostanza, né nei fatti. Ne ha letto il racconto nel diario che Foos gli ha consegnato sei anni dopo. Non ci sono per noi problemi etici».

La proposta di scrivere un libro sulla storia del motel era arrivata a Talese da Foos con una lettera, nel 1980. Lo scrittore aveva risolto il dilemma morale dopo una riflessione che cosi riassumeva sul New Yorker. «Finito di leggere misi la lettera da parte per qualche giorno, incerto se rispondere o meno. Come scrittore di saggistica che si ostina a usare negli articoli e nei libri i nomi reali, sapevo di non poter accettare la condizione dell'anonimato. E mi turbava profondamente il modo in cui quell'uomo aveva violato la fiducia dei suoi clienti e invaso la loro privacy. Poteva un individuo del genere costituire una fonte affidabile? Rileggendo la lettera, tuttavia, mi resi conto che i metodi e le motivazioni della sua “ricerca” presentavano alcune somiglianze con quelli da me utilizzati per “La donna d'altri”. Io stesso, per esempio, avevo preso appunti mentre gestivo centri massaggi a New York e frequentavo scambisti nella comune nudista di Sandstone, nel sud della California (con una differenza fondamentale: le persone che io avevo osservato e descritto mi avevano dato il loro consenso). Inoltre, la frase che apriva il mio libro sul New York Times del 1969, The Kingdom and the Power, era: “I giornalisti sono perlopiù guardoni irrequieti che osservano le verruche del mondo, le imperfezioni della gente e dei luoghi”.». Alla fine, Talese aveva deciso che, sì, la storia andava raccontata.

Dal 19 gennaio anche i lettori italiani potranno giudicare se ne valesse la pena.

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