Setak porta a Pescara “Alestalé”: «La musica trascina il dialetto»

PESCARA. «Setak deriva da “setacciaro” o, meglio, da “lu setacciar”. Il mio bisnonno e il mio nonno costruivano i setacci. Il mio pseudonimo deriva dal soprannome di famiglia. I soprannomi li porti...
PESCARA. «Setak deriva da “setacciaro” o, meglio, da “lu setacciar”. Il mio bisnonno e il mio nonno costruivano i setacci. Il mio pseudonimo deriva dal soprannome di famiglia. I soprannomi li porti dietro per sempre.». Sbarca al porto turistico Marina di Pescara domani (sabato 17 luglio) alle 21, nell’ambito di Estatica, il tour di presentazione del nuovo album del cantautore abruzzese Setak, “Alestalé”.
Uscito a maggio, è entrato nella cinquina delle Targhe Tenco 2021 come Migliore album in dialetto, classificandosi al secondo posto. Le sue canzoni sono scritte in abruzzese, ma il dialetto si fonde alle sonorità internazionali. Una sintesi di suoni e ritmi provenienti da tutto il mondo. Il suo album d’esordio, “Blusanza” (2019), ha vinto il Premio Loano come miglior disco categoria under 35. Setak, al secolo Nicola Pomponi, è originario di Penne. Chitarrista e cantautore, vive a Roma, ma il suo percorso lo ha portato anche a Londra, dove ha vissuto un anno particolarmente importante per la sua crescita personale e artistica. Salirà sul palco di Estatica con la sua band composta da Fabrizio Cesare, Nazareno Pomponi, Emanuele Carulli, Valerio Pompei e Bruno Marcozzi. Quella di Pescara è la seconda data del tour, dopo quella di esordio al Parco Milvio di Roma, e la prima in Abruzzo.
Brani in dialetto abruzzese che hanno il sapore dell’internazionalità. Come presenterebbe il progetto?
«Mescolare sound internazionali con il dialetto abruzzese è il marchio di fabbrica del sodalizio tra me e il mio produttore Fabrizio Cesare. Questa è la particolarità del progetto, che non ha nulla a che vedere con la musica popolare e folkloristica. La scelta di cantare in dialetto è legata a un’esigenza espressiva e melodica: è la musica che si porta dietro il dialetto e non il contrario. Volevo dar vita a qualcosa che potesse essere esportato ovunque».
Il progetto è stato definito una delle realtà più interessanti in circolazione. In che modo la sua è una musica internazionale?
«Mi interessa molto la sintesi dei generi musicali. C’è il folk, c’è il blues, ci sono passi orientali. Mi interessa la parte sentimentale dei generi, così come mi interessa il sentimento generato dalla nostra cultura. Ecco perché è un progetto esportabile. Ho avuto un’esperienza di un anno a Londra, agli inizi scrivevo in inglese. A un certo punto ho lasciato tutte le pretese internazionali. Non ho seguito nessuna moda, nessuna corrente, è come se avessi tracciato un sentiero. Questo progetto mi ha dato l’unicità, la cosa più importante per un artista. La mia è una musica non etichettabile, non appartiene a un genere in particolare. Il mio produttore ha avuto un ruolo fondamentale, ci siamo resi conto che il dialetto mi permetteva di comunicare nel modo più sincero possibile».
Oltre al nuovo album “Alestalé”, sul palco di Estatica porterà i brani tratti dal disco d’esordio “Blusanza”, crasi tra blues e transumanza.
«Blues e transumanza, sentimento e appartenenza. Il blues, il genere che mi ha toccato profondamente, e la transumanza, che sta a rappresentare il viaggio della vita, il ritorno a casa cambiato dall’esperienza».
Quando ha iniziato ad appassionarsi di musica?
Ho iniziato a suonare da piccolissimo, avevo sei anni. Ho avuto tante esperienze, ho lavorato come session man per Fiorella Mannoia, Mimmo Locasciulli, Noemi, Donatella Rettore, ora sono il chitarrista di Tommaso Paradiso. Ho sempre alternato le due attività. La Mannoia mi chiese di fare un pezzo “in stile Blusanza”, lì mi sono reso conto di aver creato davvero qualcosa di nuovo.