Si può ridere di Hitler o di Charlie Ebdo? La parola ai comici

16 Ottobre 2016

ROMA. Si può ridere e far ridere delle cose che ci addolorano? Dipende. Secondo un genio della comicità come Mel Brooks La vita è bella di Benigni «è il peggior film mai fatto, perché cerca la...

ROMA. Si può ridere e far ridere delle cose che ci addolorano? Dipende. Secondo un genio della comicità come Mel Brooks La vita è bella di Benigni «è il peggior film mai fatto, perché cerca la risata superficiale su ciò che accadeva nei campi di concentramento». Un parere lapidario che li regista dell’irresistibile Frankenstein Junior ha espresso in The Last laugh il documentario di Ferne Pearlstein, che esplora il rapporto fra umorismo e temi sui quali, per alcuni, non si deve scherzare, a partire dalla tragedia dell'Olocausto fino all'11 settembre e gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo.

Il film non fiction, nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, ripercorre 70 anni di comicità controcorrente, mettendo a confronto tre generazioni di autori e performer (fra gli altri, Carl e Rob Reiner, Sarah Silverman, Larry Charles) tra cinema, tv, teatro e letteratura.

Il film di Benigni, fra le opere più contestate, ha anche degli estimatori, come Abraham Foxman, ex presidente della Anti Defamation League, che pure è stata spesso critica con chi fa umorismo sull'Olocausto: «La vita è bella è bellissimo e commovente, soprattutto per come racconta il modo in cui un padre tenti di proteggere il figlio».

Per Brooks, uno dei primi a infrangere i tabù, facendo di Hitler e la persecuzione degli ebrei materia da commedia musicale in Per favore non toccate le vecchiette, «i comici sono la coscienza delle persone, possono dire ed andare in ogni direzione, anche a costo di essere di cattivo gusto».

Si parla anche del famoso film “fantasma” di Jerry Lewis, The day the clown cried (del quale quest'anno è emersa in rete una mezz'ora) su un clown tedesco finito in un campo di concentramento che prova a tenere allegri i bambini prigionieri. Lewis, regista e protagonista del film, una volta terminato, nel 1972, non volle farlo uscire, giudicandolo «un fallimento totale». Una decisione presa, secondo il collega Harry Shearer, che ne vide un premontato «perché Jerry si era lasciato andare a un sentimentalismo tale da essere ridicolo».

Allo sguardo su fin dove possa, o debba, spingersi la comicità, dalle censure subite da Lenny Bruce alle battute sulle Twin Towers di Chris Rock, la regista unisce le esperienze reali di alcuni sopravvissuti all'Olocausto.

Con il racconto di come nei cabaret voluti dai nazisti in alcuni campi, «facessimo spettacoli che loro non capivano, per prenderli in giro e darci forza» dice un ex prigioniera, o attraverso il ruolo che ha avuto lo humour per superare il trauma. È il caso di Renée, 91 enne, che era stata internata Auschwitz: «A guerra finita, una volta nata mia figlia, sapevo di dover ricominciare a sorridere per lei. Non potevo lasciare che il passato mi impedisse di vivere».

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