Si ride con Brignano: «Noi sulla stessa barca, speriamo non affondi»

9 Settembre 2022

L’attore a Chieti domani con lo show “Ma... diamoci del tu” «Siamo tutti più sospettosi, distanti, e questo mi ferisce»

PESCARA. «Darsi del tu oggi ormai è la prassi, mentre il “lei” sembra qualcosa di arcaico e di formale. Per dire, quando ti chiamano dal call center per discutere, che so, la tariffa telefonica, oppure per proporti di investire l’eredità di pora nonna in criptovalute, usano il lei, probabilmente per renderti più difficile il mandarli a quel paese. Il “lei” è burocratico, lo si usa con le forze dell’ordine o al Comune, ma del resto il “tu” che lo sta sostituendo è vuoto, non porta con sé quella confidenza vera, quella familiarità che intendo io».
Enrico Brignano torna a esibirsi in Abruzzo, regione a cui è particolarmente legato: a Palombaro, in provincia di Chieti, è nata sua madre Anna e a Chieti ha svolto il servizio militare e frequentato il suo primo corso di dizione. Il comico romano sarà di scena proprio a Chieti, all’Arena La Civitella, sabato 10 settembre alle 21, con il suo nuovo spettacolo “Ma… diamoci del tu!”.
Come nasce il suo nuovo show?
Da un’esigenza, quella di recuperare l’aspetto umano, confidenziale con le persone. Siamo tutti più sospettosi, più distanti e questo mi ferisce, come essere umano e come artista.
Quando il tu di forma ha iniziato a sostituire quello di sostanza?
Da qualche decennio. Il tu a volte si usa tipo “cavallo di Troia”, per farsi amico qualcuno a cui si vuole appioppare una fregatura con più felicità; in altri casi, quando non c’è dolo, viene abusato perché fa più “gggiovane”, più informale. Ma se non c’è una conoscenza di fondo, una confidenza, beh, onestamente mi pare un po’ fuori luogo.
Preferisce il “lei” o il “tu”?
Mi piace il tu quando è motivato. Il lei, in alcune situazioni, mi sembra obbligatorio perché rappresenta rispetto per un ruolo, per una posizione, anche solo come dimostrazione di riguardo e stima. Certo, mi sento più a mio agio col tu.
Ha origini abruzzesi e in Abruzzo ha prestato il servizio militare. Cosa le piace della nostra regione e che ricordi ha?
L’Abruzzo è una regione dura, con le sue montagne bellissime ma rocciose, gli inverni freddi e i paesaggi brulli; di contro, è popolato da persone calorose, che compensano l’asprezza del territorio. Non mi soffermo a parlare del cibo, sennò mi dicono che penso sempre a mangiare, ma insomma… qui è la mia seconda casa.
Come si articolerà lo show?
Come sempre, partirò da osservazioni personali sulla realtà che mi riguarda più da vicino, per poi lanciarmi in generalizzazioni in cui probabilmente in molti si riconosceranno; tratterò tutti gli aspetti dell’esistenza, dalle esperienze più negative come i no che aiutano a crescere anche se fanno male, alle manie, alle paure da vincere, ai rapporti che ti rendono una persona più consapevole. Insomma, a tutte quelle esperienze che ci accomunano tutti, che ci fanno sentire più vicini e ci portano a darci del tu, perché in fondo siamo tutti sulla stessa barca. Che speriamo non affondi!
Il suo precedente spettacolo, “Un’ora sola vi vorrei”, metteva al centro il tempo; è cambiata la sua visione del tempo, dopo la pandemia?
In realtà no. Avevo già analizzato proprio grazie allo spettacolo come il tempo abbia una durata soggettiva in base a quello che facciamo, al valore che gli diamo, a quanto siamo distratti dalla quotidianità. La pandemia non ha fatto che sottolineare ancora di più quanto può essere lungo un istante. E quanto valore abbia ogni momento in cui riusciamo a sentirci liberi e felici.