Sigourney Weaver, un film sull'aborto e la libertà delle donne

26 Gennaio 2022

ROMA. Volantini incollati sui muri delle strade di Chicago con scritto “Incinta? Preoccupata? Chiama Jane” e sotto un numero di telefono. Era il modo per contattare, tra il 1968 e il ’73, il Jane...

ROMA. Volantini incollati sui muri delle strade di Chicago con scritto “Incinta? Preoccupata? Chiama Jane” e sotto un numero di telefono. Era il modo per contattare, tra il 1968 e il ’73, il Jane Collective, collettivo clandestino femminile che, in anni nei quali l'aborto era illegale quasi ovunque negli Usa, ha permesso a quasi 12 mila donne di interrompere la gravidanza in modo sicuro. Una storia di incredibile attualità, visti i crescenti limiti che vari Stati stanno invocando sul diritto all'aborto, che è al centro di due titoli molto attesi del Sundance Film Festival. Phyllis Nagy, candidata gli Oscar 2016 per la sceneggiatura di Carol, firma Call Jane (che sarà anche a Berlino), con Sigourney Weaver ed Elizabeth Banks, nel quale si rielabora la storia in forma di fiction, mentre Tia Lessin e Emma Pildes, già nominate in passato agli Oscar e agli Emmy, firmano il documentario The Janes.
«Il diritto all'aborto è sempre sotto attacco, ma adesso è urgente parlare di questo tema pubblicamente e attraverso l'arte», spiega Phyllis Nagy. «I personaggi in Call Jane racchiudono varie protagoniste reali: ci siamo presi qualche libertà narrativa, per onorare il coraggio e l’impresa di queste donne». Nella storia ambientata a fine anni '60, che unisce dramma e toni più leggeri («come succede nella vita» commenta la regista) conosciamo Joy (Banks), casalinga borghese, moglie e madre di una figlia adolescente: la donna, di nuovo incinta, dopo essersi vista rifiutare dall'ospedale un aborto terapeutico nonostante la sua vita sia in pericolo, decide di rivolgersi al Collettivo, guidato da Virginia (Weaver), appassionata attivista (ispirata alla fondatrice, Heather Booth), che la assiste per tutta la “procedura”, raccontata con grande sensibilità e realismo. La dedizione e gli obiettivi delle “Jane”, portano Joy a farsi coinvolgere sempre di più nelle loro azioni, ma non mancano i rischi. «Il mio personaggio, Virginia, non sarebbe sorpresa nel vedere che certi temi tornano a essere messi in discussione, visto che le decisioni continuano ad essere prese quasi esclusivamente da anziani uomini bianchi», spiega Sigourney Weaver. «Essendo cresciuta negli anni '60, non ho mai dato questi diritti per scontati. Ho visto quanto sia costato ottenerli e sapevo che saremmo dovuti tornare ad agire per difenderli. Il film è un risveglio, diretto anche alle nuove generazioni. Si riporta al centro la difesa anche fisica della donna, il suo diritto a scegliere per la propria vita, la propria famiglia, in sicurezza», visto che rendere illegali gli aborti «certamente non li eliminerà. Li renderà solo più pericolosi».
Con Call Jane celebriamo «il senso di comunità che ha unito le donne del Collettivo e anche noi sul set», sottolinea Elizabeth Banks. «Celebriamo il coraggio di queste guerriere, dobbiamo raccogliere il loro testimone e non arrenderci».
Un placet importante per Call Jane arriva proprio dalla fondatrice del collettivo, Heather Booth, che durante l'incontro scrive a regista e attrici di aver trovato il film «favoloso. Anche se con delle licenze narrative, si cattura lo spirito che ci animava», spiega, «la cultura, il contesto, soprattutto nel raccontare la nostra lotta per l'uguaglianza, il rispetto della realtà dei corpi e la sorellanza che ci legava».