Silvio Maresca: «Così l’online è padrone delle nostre esistenze»

18 Ottobre 2021

Dopo “Le doppiezze dell’Occidente” l’imprenditore abruzzese arriva in libreria con il suo nuovo saggio: “Socialtotalitarismo”

Silvio Maresca è un imprenditore illuminato, l’impronta sembra quella di un Adriano Olivetti trasportato nel terzo millennio. Del settore turistico, di cui si occupa da Pescara con apertura sul mondo dal 1987, parlava già anni fa come di «un’arte». E con “tocco artistico” – creativo e in costante evoluzione – allora ha portato avanti la Bluserena spa, compagnia alberghiera leader in Italia. Amministratore delegato dal 2004 della Carlo Maresca Spa, si è imposto nel campo immobiliare e delle energie rinnovabili, settore che denota uno sguardo aperto sul futuro dell’umanità. Poi progetti a sostegno dei migranti premiati anche dall’Agenzia Onu per i rifugiati Unhcr, e ancora la fondazione del Progetto Yag per la promozione dei giovani artisti.
Insomma Silvio Maresca, 60 anni, sposato e padre di due gemelle, origini teramane e vita a Pescara, laurea in Scienze politiche e studi filosofici per «passione», è persona curiosa, con gli occhi ben aperti sui cambiamenti economici, sociali, umani. E da qualche tempo le sue riflessioni, frutto di quella curiosità e apertura, hanno preso una forma definita, sono racchiuse in saggi sociologici di impatto.
Così, dopo il volume “Le doppiezze dell’Occidente” pubblicato meno di due anni fa, a conferma di «una linea di interesse e studio che dura da tutta la vita», e complice il lockdown «che è stato utile a raccogliere le idee», ora è in libreria per Armando editore, collana “La ricerca del sapere”, il nuovo “Socialtotalitarismo”, libro che conta sulla prefazione di Franco Ferrarotti e che si muove sulle grandi domande di questa nostra epoca: consapevolezza sociale, libertà dell’individuo, internet e socialità, comunicazione e verità, informazione e distorsioni del reale, potere economico e ideologie. Un libro impegnativo e importante, che pone domande non più rinviabili sul cammino dell’Occidente e «riordina» il punto di vista sul mondo di Silvio Maresca.
Come nasce l’idea di questo libro?
«Il libro nasce dalla convinzione che Google e Facebook non siano estranei a fenomeni come le fake news, la tribalizzazione sociale, la crescente conflittualità politica, la perdita di autonomia di individui e società, l’anti-scienza, l’anti-democrazia. Le riflessioni di questo libro continuano quelle di un altro pubblicato recentemente, “Le doppiezze dell’Occidente”. Lì sostengo che le promesse occidentali di libertà, progresso, uguaglianza e razionalità sono profondamente ambivalenti, e nascondono spesso o veicolano spinte e valori di segno opposto. In quest’ottica, ad esempio, i totalitarismi del ‘900 non sono un corpo estraneo nella storia europea. L’irruzione di piattaforme digitali come Google, Facebook, Amazon, con l’insediamento nel cuore della nostra vita quotidiana di enormi imperi monopolistici, segna un’epocale novità».
Ma Internet non doveva rappresentare l’accesso libero ai saperi?
«Il web prometteva trasparenza, invece alla sua ombra sono nati imperi digitali che rappresentano le più grandi e opache concentrazione di potere della storia. Internet doveva disintermediare e finalmente restituire all’individuo una piena e incondizionata libertà di scelta e l’accesso diretto alle decisioni comuni, al sapere, al mercato. E invece le piattaforme digitali sono diventate mediatori universali: l’accesso al sapere, al mercato, la discussione politica, le relazioni sociali, tutto passa per il filtro e il controllo delle piattaforme digitali».
Ci può definire intanto in sintesi e termini semplici cosa è il socialtotalitarismo?
«Ho chiamato socialtotalitarismo il regime dominato dai nuovi imperi digitali, principalmente Google e Facebook. Non si tratta semplicemente di imprese o meglio di imperi commerciali. Le piattaforme online sono padrone dei nuovi mondi digitali su cui scorre gran parte delle nostre vite. E le modificano in base ai loro interessi di dominio, e alla domanda degli inserzionisti. A questo scopo usano informazioni personali su ogni individuo e gruppo sociale più profonde e intrusive di quanto sia mai successo nella storia. Oggi un pugno di padroni privati concentra nelle proprie mani strumenti di condizionamento psicologico che hanno una potenza senza precedenti».
Lei è tra l’altro fondatore della piattaforma di dibattito pubblico Pro/Versi, qui, o anche qui, nel confronto, è emersa una urgenza di delineare una strada per arginare la deriva “socialtotalitarista”?
«Si certo. Pro\Versi è una piattaforma online che vuol raccontare il dibattito pubblico in corso sui principali temi contemporanei, analizzandone pro e contro. Sul web chiunque può trovare condivisioni con le proprie opinioni, anche le più estreme. Le piattaforme digitali confermano sempre più le aspettative e i valori dell’utente. Pro\Versi vorrebbe contrastare questa tribalizzazione del sapere e restituire valore ad una ricerca dialogica e collettiva della “verità”».
In che stato di salute trova l’Occidente, gli ideali di giustizia sociale, solidarietà, senso di comunità, progresso che pure dovrebbero caratterizzarlo?
«Mi pare abbastanza chiaro che viviamo in una fase di forte crisi dei valori occidentali di eguaglianza, giustizia sociale, progresso. Mentre l’occidente perde centralità geo-politica esplodono le sue ambivalenze e doppiezze. La disuguaglianza economica è crescente e drammatica, ma il dibattito pubblico è dominato da altri temi, la lotta per conquistare migliori condizioni di vita non è mai stata così flebile, inoltre multinazionali e imperi digitali hanno conquistato il mondo e i presidi antitrust che dovevano impedirlo sono rimasti in silenzio. Abbiamo da un lato apparati tecno-scientifici che guadagnano un’influenza centrale in ogni aspetto della nostra vita, dall’altro esplosioni di irrazionalità, di fake news, di narrazioni mitiche. E ancora, da un lato razzismi, radicalizzazioni identitarie, intolleranze, dall’altra gli aberranti eccessi “egualitari” della Cancel Culture, che attacca statue e simboli centrali della nostra storia e cultura, come Cristoforo Colombo o Churchill, colpevoli di essere stati uomini del loro tempo. C’è una sfiducia crescente nelle promesse di equità, progresso, razionalità. Il sospetto e la sfiducia travolgono istituzioni, politica, esperti, per poi travolgere, naturalmente, anche l’anti-politica e l’anti-scienza. Ma l’Occidente ha sempre vissuto cicli drammatici. Forse la ricostruzione post-pandemia è un’occasione di rinascita dopo la caduta».
Nel libro dedica più pagine alle possibili vie d’uscita dall’attuale regime di libera raccolta trattamento e circolazione dei dati personali, come ritiene che incida l’attuale regime nella vita di ognuno?
«Incide profondamente. E il dramma è che lo fa in modo pressoché invisibile. I mondi digitali ci avvolgono, sono diventati immediatamente la nuova normalità. Le piattaforme digitali dispongono su di noi di più informazioni di chiunque altro, ci conoscono meglio dei nostri conoscenti più prossimi, più di noi stessi. Il nostro ambiente digitale, che ormai è una porzione rilevantissima della nostra vita reale, è costruito ad hoc intorno a ogni individuo, perché questi risponda meglio agli interessi degli inserzionisti e delle piattaforme. Questo flusso avvolgente, continuo, mirato di stimoli è la più efficace macchina finora inventata per la produzione di dipendenza».
Nell’informazione, nell’accezione più ampia e completa – dal giornalismo alla diffusione di cognizioni specialistiche, e penso a Covid, al tutti virologi no vax e derive complottiste ad esempio – come è cambiata la percezione di notizia e verità?
«È cambiato tutto. C’è un trend di lungo periodo del pensiero occidentale che ne ha fatto un “pensiero debole”, insofferente e sospettoso verso ogni verità e oggettività, sempre auto-critico, aperto e in evoluzione. Una cultura che corrode ogni certezza e autorità. Ma la tempesta perfetta è iniziata con Internet, e con la sua immediata colonizzazione da parte di Google, Facebook e pochi altri. Come dicevo, il mondo costruito intorno ad ogni utente è fatto di auto-conferme, è scorrevole e semplificato, e questo riduce lo spirito critico e ci espone in condizioni di debolezza alle pressioni del branco e degli inserzionisti. In questo scenario si perde ogni gerarchia di valore delle fonti di conoscenza e informazione, e media e pensatori autorevoli diventano equivalenti, e spesso meno importanti, rispetto alle credenze della propria “tribù”. Si formano mondi in cui è ben più fondante la relazione, il riconoscimento, l’approvazione, l’emotività, che non l’analisi critica, la ricerca, i fatti, la razionalità».
E la guerra alle fake news è dunque persa...
«Non c’è strategia sicura contro le fake news. L’enfasi sul fake travolge anche il vero. La spinta alla verifica, al “falsificare il fake”, viene utilizzata per falsificare anche il vero. Tutto diventa “da verificare”, tutti i verificatori sospetti, tutti i mentitori possono speculare su questa liquidità della verità».