“Souvenir d’Arcadia”: le ceramiche di Grue nelle corti d’Europa

8 Maggio 2021

Il saggio dello studioso teramano Fernando Filipponi ripercorre il mito pastorale nelle maioliche castellane 

TERAMO. Sui libri scolastici all’Arcadia sono dedicate giusto due righe, che liquidano il movimento di rinnovamento delle arti come un lezioso cenacolo. Acquista perciò rilievo il saggio dello studioso teramano Fernando Filipponi “Souvenir d’Arcadia. Ispirazione letteraria, classicismo e nuovi modelli per le arti decorative alla corte di Clemente XI” (Allemandi, pp.191 € 36), che indaga sulla committenza legata alla nascita e sviluppo a Roma dell’Accademia dell’Arcadia nel 1690.
In particolare su quella “linea di lusso” di oggetti d’arte e d’arredo che vide il castellano Carlo Antonio Grue (1655 -1723) tra gli artisti più richiesti, creatore di maioliche preziose per le residenze dell’aristocrazia arcadica, riallestite secondo i nuovi canoni estetici di ritorno all’equilibrio classico dopo le vertigini barocche. Filipponi, specialista delle arti decorative, vive a Parigi dove è ricercatore all’Université Paris Nanterre e collabora col dipartimento di Objets d’art del museo del Louvre.
Nel 2015 ha pubblicato la notevole monografia “Aurelio Anselmo Grue. La maiolica nel Settecento fra Castelli e Atri” (Verdone), su un’altra personalità della secolare dinastia di ceramisti castellani. “Souvenir d’Arcadia” esamina le vicende artistiche tra Sei e Settecento dalla prospettiva delle arti decorative e della maiolica, le cosiddette arti minori, precisando aspetti inediti della cultura visiva del tempo e dei suoi protagonisti. Inoltre, sottolinea il ruolo di papa Clemente XI, principale sponsor dell’Arcadia, nel lancio internazionale della maiolica di Castelli. Nel libro viene ribadito, infatti, il rapporto fra Roma e i ceramisti di Castelli, passando per la trama di relazioni sociali costruite grazie a figure come i duchi d’Acquaviva di Atri, in particolare Giovanni Girolamo, tra i primi affiliati all’Accademia col nome pastorale di Idalmo Trigonio.
La manifattura Grue era il fiore all’occhiello del ducato, scrive Filipponi, e, per tramite del nobile atriano, Carlo Antonio Grue entrò in contatto con «la vasta comunità di idee, artisti e committenti che orbitavano attorno all’Accademia dell’Arcadia». Tra gli artisti Francesco Solimena, col quale scambiò progetti e materiali. Grazie a questi contatti Carlo Antonio intercettò una committenza di alto rango per la quale creò lussuosi piatti, vasi, chicchere e altri oggetti. Scrive Filipponi: «Per le élite aristocratiche riunite attorno al mito pastorale di un’età dell’oro serena, morale ed equilibrata, il maiolicaro rinnova le sue produzioni e mette a punto una linea originalissima, creata ad hoc per questo mercato di nicchia», inventando un nuovo istoriato, espressione del moderno classicismo arcadico. Grue sapeva accendere la maiolica di luce splendente e «questa tecnica lo rese famoso e ne fece un maestro di prim’ordine sulla scena artistica italiana. Alla sua fama contribuì l’innovativo repertorio di soggetti e motivi decorativi, che lo piazzava su una linea d’avanguardia». Come riporta l’autore, nel romanzo “L’Arcadia” (1708) di Giovanni Crescimbeni, manifesto del pensiero dell’Accademia, in occasione di una cena di gala in casa di Nitilo Geresteo (pseudonimo di Leone Strozzi) vengono descritte le porcellane fabbricate in Atri come superiori alle altre, opera di un «Artefice veramente insigne, e di perfettissimo gusto», tanto che alle ninfe sue ospiti Nitilo dona alcune «delle sue preziose porcellane da prender cioccolatte», ricordo della loro visita. Un souvenir d’Arcadia.