«Sui ghiacci del K2 lottavo per vivere senza mai cedere»

7 Settembre 2018

L’alpinista Marco Confortola domani a Castelli «Vicino alla vetta ci vuole coraggio a rinunciare»

CASTELLI. «Oggi ho fatto sette interventi con l’elisoccorso. L’ultimo riguardava persone che non erano equipaggiate bene, con scarpe non adatte e su un sentiero segnalato male. In primis la sicurezza, poi puoi andare in montagna». Sono quasi le nove di sera quando Marco Confortola si mette in contatto con il Centro, al rientro da una giornata di lavoro come soccorritore con l’elicottero su e giù per valli e montagne.
L’adrenalina ancora scorre nella voce del famoso scalatore valtellinese, classe 1971, “cacciatore di 8.000”, per dirla col titolo del suo libro più recente, pubblicato da Hoepli. Guida alpina, maestro di sci, membro del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, Confortola è abituato a salvataggi appeso all’elicottero, spesso di persone che si avvicinano alla montagna senza rispetto e con imprudenza. Lui, che tra le vette è nato, che ha scalato quasi tutti gli 8.000 del pianeta, dall’Everest all’Annapurna, dal Shisha Pangma al Broad Peak, dal K2 al Dhaulagiri, sa che a volte ci vuole più fegato a rinunciare.
Come spiegherà domani a Castelli nella seconda serata del Festival del Turismo responsabile It.A.Cà – Migranti e viaggiatori. L’appuntamento con Confortola e il documentario himalayano “Kangchenjunga 8.586 mt - 2018 No Pain no Gain” è alle 21 in piazza Roma. Domenica, dalle ore 8.30, trekking con l'alpinista al Fondo della Salsa.
Confortola, mai stato in Abruzzo?
«Sono stato ad Amatrice, lì vicino, ma in Abruzzo mai. Sul Gran Sasso non ho mai arrampicato. Sto rincorrendo tutti gli 8.000 metri e non posso spostarmi da questo obiettivo. Finora ne ho scalati 10, senza ossigeno. Ne mancano quattro. Pensiamo a finire gli 8000, poi penseremo al Gran Sasso».
Già programmate le spedizioni?
«Non ho programmato niente. Ogni spedizione dipende da tante cose, i permessi, l’allenamento. Gli 8000 sono una passione. Ma prima viene il mio lavoro di guida e soccorritore».
Nel 2014 dovette abbandonare la sfida al Kangchenjunga, raggiunto quest’anno. Occorre più coraggio a fare l’impresa o a rinunciarvi?
«È più difficile fermarsi, perché dietro ogni spedizione ci sono tanti sacrifici, tanta preparazione e allenamento. Ma la cosa più importante è capire fin dove si può osare. Altrimenti si muore».
Nel libro “Giorni di ghiaccio” racconta la tragedia del K2 del 2008, 11 alpinisti morti, lei semicongelato e poi amputato di tutte le dita dei piedi. I pensieri di quelle ore in una buca a 8.400 metri?
«Ho pensato solo “voglio vivere”. Ho lottato per vivere. Senza mai farmi prendere dallo sconforto. Non mi sono mai addormentato. Ho tenuto vigile il mio cervello».
È credente?
«Credo a mio modo. Ho i miei angeli custodi. Il mio angelo più forte è Marco Simoncelli (il campione morto in una gara MotoGp a Sepang nel 2011, ndc). Eravamo molto amici».

All’epoca qualcuno l’accusò di aver abbandonato un compagno. L’hanno ferita quelle accuse?
«Assolutamente no. Purtroppo a volte le persone devono dare aria alla bocca. Io penso che possa parlare solo chi quel giorno era sul K2».
Come si trova il coraggio di ricominciare?
«Per affrontare la vita serve carattere, dote che oggi manca ai giovani italiani. Nello sport come nella vita servono carattere, passione, positività, determinazione. La mia amputazione la porto ai giovani come esempio della volontà e della forza di non arrendersi e ricominciare».
Molti si avventurano in montagna senza preparazione e cautela. Come far rispettare le regole?
«Servirebbe rigore. E educazione alle regole. Ho creato un gioco, “Sfida agli 8.000”, con 200 quiz per imparare, giocando, a vivere la montagna in sicurezza. Anche così si possono imparare le regole base: scarpe adatte, vestiario appropriato, persone a cui affidarsi, saper leggere una carta con le previsioni meteo. Invece tutti nati imparati».
Gli escursionisti imprudenti dovrebbero pagare le spese del soccorso?
«D’accordissimo. Se una persona si avventura in un luogo montano non adeguatamente attrezzata e poi si trova in difficoltà e chiama il soccorso, mettendo in pericolo anche i soccorritori, è giusto che paghi le spese del soccorso. Bisogna rispettare le regole. Se sul ghiacciaio ci si deve legare ci si lega e basta».
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