“Tempo grande”, la tv di oggi narrata 35 anni fa

1 Giugno 2019

La teramana Galaad ripubblica postumo il romanzo visionario del giornalista Gian Luigi Piccioli

TERAMO. A volte un romanzo è profetico: nel senso che, usando il registro narrativo, offre una percezione della realtà futura che non avrebbe altro modo di venire a luce.
Succede con la narrativa, quando Gian Luigi Piccioli (1932-2013), funzionario Eni e autore di reportage dà alle stampe nel 1984 con Rusconi Tempo grande, che postumo riappare a cura di Simone Gambacorta a fine 2018 per i tipi di Galaad Edizioni (pp. 348, € 18). Protagonista del romanzo è lo scrittore e giornalista Gigi Insolera, divo della trasmissione Sala Due che cura col sulfureo e spregiudicato conduttore Marco Apudruen. Il programma ha un’ “audience pazzesca” – come usa dirsi con un’espressione da isteria mediatica che, nata proprio in quegli anni, risuonerà per decenni in Italia. Sala Due inchioda infatti milioni di telespettatori a seguirla, grazie a una formula, al tempo chiamata ancora così e non format, – inedita, vincente: manda in diretta, senza filtri, contributi che arrivano da ogni parte del pianeta da corrispondenti armati di telebaby, microtelecamere scatenate per le strade del mondo a rappresentarlo. In Tempo grande Sala Due è una colonna portante che regge il budget della tv.
Ecco dunque sulla cresta dell’onda, completamente assorbiti/fasgocitati dal loro successo, Gigi Insolera e Marco Apudruen. Nello studio arriva Marianna Estensi a fungere da detonatore: li farà innamorare in parallelo, intessendo storie d’amore diverse, e non serene, prima con l’uno, poi con l’altro. E qui ci fermiamo per dare ai lettori il gusto di scoprire cosa succederà tra Gigi, Marco e Marianna, non senza aver avvertito i lettori che, per il nitore dello stile, e per la velocità nell’articolazione di scene e dialoghi, questo romanzo di 35 anni fa è un page turning difficile da lasciare dalla prima all’ultima pagina. Lo si chiude con l’impressione di aver scorso il lavoro di un veggente. Cosa aggiungere se non che Tempo grande è un libro grande? Anche per qualità di scrittura è tale. Tono alto. Immagini saettanti che si muovono su un solco a tratti flaianeo. Nessuna sbavatura. Nessuna incursione nell’introversione che affligge la malatissima narrativa italiana d’oggi, la quale ha scambiato il romanzo per la chaise longue dello psichiatra dove esternare i propri malesseri. Simone Gambacorta che ha curato la riedizione del libro stabilisce buoni paralleli con la narrativa di Rugarli e di Doninelli, solo che Piccoli è più alto; né dimentica, il curatore, nella Presentazione, che qui in filigrana si avvertono anche i warning sociologici di McLuhan e di Popper sulla tv e sui media, che cadranno abbastanza inascoltati o incompresi, al tempo in cui furono diramati; quando forse era ancora possibile intuire, dietro lo schermo della tv, la pandemia psichica che sarebbe esplosa nel web, con le sue non censite patologie, a comporre il dilagante scenario di quest’ultimo decennio.
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