“Togliamoci la maschera” Il teatro contro il pregiudizio

20 Gennaio 2019

Sul il sipario della rassegna del carcere di Lanciano che chiuderà al Fenaroli Il curatore Marino: «Per i detenuti il palco è un riscatto, non sono animali feroci»

LANCIANO . Si alza il sipario sulla rassegna teatrale Togliamoci la maschera, una serie di cinque spettacoli che arricchisce la stagione del Fenaroli di Lanciano. Un arricchimento che non è solo numerico, ma anche di qualità dal punto di vista umano e sociale, perché coinvolge i detenuti del carcere di Villa Stanazzo. In quello che è stato ribattezzato “Piccolo Fenaroli”, dentro l’istituto di pena, si fanno i primi quattro spettacoli, sempre di domenica alle 16 (oggi, il 3 febbraio, il 10 e 31 marzo, il 14 aprile). Li portano in scena l’associazione culturale Il Ponte in collaborazione con Teatro Studio di Lanciano e Teatro Studio di Vasto. In quello conclusivo del 26 maggio invece reciteranno i detenuti che, durante l’anno, seguono le lezioni di recitazione di Carmine Marino, direttore artistico de Il Ponte e curatore della rassegna.
Marino, come è nata e come si è sviluppata questa “avventura” in carcere?
L’anno scorso sono stato invitato per un progetto con una decina di detenuti, che comportava la messa in scena di una riduzione della commedia di Eduardo Scarpetta “Il medico dei pazzi”. Abbiamo fatto una decina di repliche, una delle quali al collegio Celimontano di Roma. Oggi a Villa Stanazzo esiste un gruppo di teatranti che possiamo considerare una sorta di filiale dell’associazione Il Ponte.
Il suo primo impatto com’è stato?
Non facile, diciamo pure duro. Poi è nato un rapporto di fiducia, di confidenza di collaborazione. Anche loro all’inizio erano tutti un po’ diffidenti, ma in seguito si è creato feeling. Molto ha contribuito il fatto che i detenuti coinvolti sono napoletani, e quella vena artistica insita nella napoletanità ha favorito lo sviluppo del progetto teatrale.
Che cosa dà il teatro ai reclusi?
Un’opportunità di riscatto, quasi di rivincita, la possibilità di rimettersi in gioco. E poi aiuta a entrare in sintonia persone che magari prima non andavano d’accordo, ma che sul palco collaborano e si sostengono. Inoltre arricchisce culturalmente i detenuti, e gli consente di entrare in contatto con chi vive fuori dal carcere.
Perché la rassegna si chiama “Togliamoci la maschera”?
Chi incontra i carcerati deve togliersi la maschera del pregiudizio secondo il quale chi sconta una pena è una sorta di animale feroce in gabbia: non è assolutamente così, dietro le sbarre ci sono semplicemente uomini, che spesso hanno bisogno di una stretta di mano, di un sorriso, di due chiacchiere. E poi c’è la maschera che devono togliersi i reclusi: devono smascherare la vita passata, e rieducarsi al bene, alla legalità e alla socialità.
Che spettacoli vanno in scena al “Piccolo Fenaroli”?
Alcuni più sul comico, altridrammatici. Visto che iniziamo in prossimità del Giorno della Memoria, si parte con “Tiergartenstrasse 4”, pièce dolcissima e tragica ambientata negli anni ’40 ad Amburgo, che racconta l’incontro tra un giovane disabile mentale e l’infermiera nazista mandata a verificarne le condizioni per sottoporlo al programma che ne prevedeva l’eliminazione: un incontro che si trasforma in un’amicizia profonda.
Ci sarà un ultima data molto particolare.
Già, perché mentre durante la rassegna siamo noi a entrare in carcere per recitare di fronte ai detenuti, nell’ultimo appuntamento loro usciranno per salire sul palco del Fenaroli vero: il 26 maggio con “L’avaro” di Molière, lo spettacolo al quale lavoriamo quest’anno con un appuntamento a settimana.
In carcere non è facile portare il pubblico: chi e come può assistere?
Possono venire a vederci alcuni detenuti e una ventina di esterni. Chi è interessato può informarsi da Partymania in via Montegrappa a Lanciano. Per l’ingresso non chiediamo un vero biglietto, ma un contributo-offerta il cui ricavato sarà destinato interamente alla ristrutturazione del “Piccolo Fenaroli” per rifare palco, audio e luci.
Ci sarà una seconda edizione di “Togliamoci la maschera”?
Lo spero, perché questa per me sta diventando una seconda casa. Una mattina, prima di andare in carcere, un amico mi fece i complimenti perché andavo a portare qualcosa lì dentro; risposi istintivamente che non andavo a dare ma a prendere: è vero che io lì do lezioni di teatro, ma è altrettanto vero che questa è un’esperienza umana dalla quale si riceve tanto.
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