Tutti pazzi per “C’è ancora domani” Cortellesi lunedì all’Arca di Spoltore

Il debutto alla regia dell’attrice incassa 4 milioni in 5 giorni. Al multiplex l’incontro con il pubblico Convince e commuove la storia di Delia donna qualunque. Sullo schermo la teatina Alessia Barela
SPOLTORE. A Lauretta. Sullo schermo la dedica alla figlia e con lei a tutte le donne di oggi e di domani, per ricordare che i diritti vanno riconquistati e difesi ogni giorno. È una tragicommedia popolare e femminista l’opera prima di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”, film che fa ridere e commuovere, nella migliore tradizione del cinema italiano, che la neoregista omaggia apertamente. Un film esploso in mano all’autrice come forse nemmeno lei si aspettava: tre premi alla Festa del Cinema a Roma, massiccio passaparola, file nei cinema, applausi a fine proiezione, quasi 4 milioni d’incasso a soli cinque giorni dall’uscita, il 26 ottobre. “C’è ancora domani” sarà presentato da Cortellesi lunedì 6 nel multiplex Arca a Spoltore (programmazione in quattro sale, alle 20.30, 20.45, 21.00, 21.10, per consentirle di salutare il pubblico in ognuna) col critico Francesco Di Brigida. All’Abruzzo l’autrice romana è molto legata, anche per origini familiari. Col marito regista Riccardo Milani, direttore artistico da anni del Flaiano Film Festival di Pescara, da anni ha una casa a Pescasseroli e per lui in “Scusate se esisto!” ha interpretato l’architetta Serena Bruno di Anversa degli Abruzzi, dove la commedia è stata in parte girata.
Ha tanti punti di forza “C’è ancora domani”, scritto, diretto e interpretato da Cortellesi. L’ambientazione nell’immediato dopoguerra nel proletariato capitolino, tra caseggiati littorii e cortili, e l’aspect ratio 4:3 del prologo sono, insieme al bianco e nero, un dichiarato omaggio al cinema neorealista. La protagonista Delia, moglie maltrattata, madre di tre figli, badante del suocero, lavandaia e mille altri lavoretti, interpretata con bravura da Cortellesi, riecheggiano l’Antonietta di Sophia Loren in “Una giornata particolare” di Ettore Scola e tutte le povere mamme sfinite fin dal mattino presto. Facce e caratteri tutti giusti per l’epoca, pure nei piccoli ruoli intorno ai principali: il manesco marito Ivano, interpretato coraggiosamente da Valerio Mastandrea; il suocero Sor Ottorino, vecchio insolente e allettato (il sempre efficace Giorgio Colangeli); la primogenita Marcella (la brava Romana Maggiora Vergano), dura e fragile, fremente per la remissività della madre, che per lei sogna matrimonio e benessere con Giulio (Francesco Centorame); la solare amica Marisa (Emanuela Fanelli), con la quale Delia vive attimi di confidenza e complicità; il meccanico Nino (Vinicio Marchioni), primo e rimpianto amore; e l’attrice teatina Alessia Barela nei panni della futura consuocera, l’arricchita e pretenziosa Orietta. Tra le trovate di regia l’inserimento di anacronismi musicali, a sottolineare che quanto accadeva nel 1946 accade anche oggi, dentro e fuori le famiglie; violenze che Cortellesi mostra stilizzandole in una danza per lasciarle poi intuire, nelle sequenze successive, dietro una porta chiusa. Ma è l’emozionante finale a dare una marcia in più al film, dirottandolo dall’epilogo banale e privato che a un certo punto si teme verso il volo di Delia e delle donne dentro la Storia. «Leggendo con mia figlia un libro per bambine sulla storia dei diritti delle donne, ho trovato il riscatto di Delia, il finale di questo racconto costruito insieme ai miei compagni di viaggio Furio e Giulia (i cosceneggiatori Andreotti e Calenda, ndc), che per primi mi hanno compresa e incoraggiata» racconta Paola Cortellesi. «Questo mio primo film è stato possibile grazie alla fiducia. Quella dei produttori Mario Gianani e Lorenzo Gangarossa, che non hanno battuto ciglio quando ho proposto uno spericolato film d’epoca in bianco e nero che tratta prevaricazione e violenza. Ho avuto la fiducia di ogni reparto artistico e tecnico, di un cast portentoso fino al più piccolo ruolo. Delia non vale niente, così le hanno insegnato. Ma una lettera con sopra il suo nome e l’amore per sua figlia le accendono il coraggio per cambiare le cose. Ho voluto raccontare le imprese delle donne qualunque che hanno costruito, ignare, il nostro Paese. Le nostre nonne e bisnonne. Chissà se abbiano mai intravisto un “domani”. Per Delia un domani c’è».