Una spiga, un biglietto e il silenzio di chi se ne va

8 Luglio 2018

L’incontro di un ragazzo con il mare e con l’amore in una lunga estate tra il grano «Tremavo. Pierina i baci se li prendeva così, tra i cigli, a tradimento»

Il mare cadeva tra le colline e ci stava in mezzo. La bici era ferma in cima, poggiata alla quercia, il muso puntato allo slargo del cielo.
Il caldo feroce, ma Pierina aveva chiamato dicendo non posso aspettare, devo parlarti. Erano le tre, con le cicale, agosto e tutto il resto. Io lo sapevo cosa accadeva, ecco perché quando avevo detto ma’ oggi non torno, uscendo, capivo di non essere più il ragazzo che c’era cresciuto, ma un altro che ora aveva scusa più sua di starsene solo. Tremavo.
Era successo quando avevo inforcato il manubrio, iniziato lo sforzo ai pedali, pensando che quel pomeriggio sarei tornato da solo, senza poggiare il mento sulla spalla di nessuno. Arrivati al solito posto, Pierina, silenziosa, mi avrebbe piantato lo sguardo sopra la faccia, con quel broncio un po’ umido di una che vuole baciarti senza la bocca. Pierina i baci se li prendeva così, tra i cigli, a tradimento. Oggi si sarebbe presa altro, qualcosa che inizia a esistere solo quando ti viene negata. E io mi sarei, dopo, mi sarei imbarcato sulla statale, davvero arrivando fino al mare e con tutti i vestiti buttarcisi dentro.
Al mare non ci ero mai stato, ma l’idea era di un posto di dove non ci si va a caso o in vacanza: per me al mare ci si andava per cambiare la vita, come dire una cosa che avviene e non puoi più cambiarla. Arrivato alla villa di Pierina, guardai ogni cosa attaccandomela agli occhi per l’ultima volta: in casa non c’ero mai entrato, mi bastava sentire quel mondo da fuori. Pierina l’avevo incontrata la prima volta caduta sotto il costone, quello che segna l’inizio delle nostre campagne. La sua bici, in discesa, ci si era sfrenata. Aveva un ginocchio pieno di sangue, la gonna di lino bianca venuta nera alla catena, strappata in su fino ai fianchi. Quando mi vide chiese se volevo dei fichi, che erano dolci e di certi non ne aveva mangiato nemmeno in Sicilia.
Le dissi qui siamo in Abruzzo, non cambia poi tanto, ma la montagna rinfresca e i succhi si asciugano meglio. Le dissi che quei fichi erano nostri, come la pianta e tutta la vallata, fino alla cima opposta, indicandola. Si vedeva che Pierina era una di città, insolente e viziata, coi ricci più belli persino del sole, la pelle già bruna di spiaggia e un modo di girare la testa che somigliava alla volpe quando taglia la notte.
Forse mi prese per uno dei tanti cafoni del posto perché disse che i fichi mangiati li avrebbe pagati, ma dovevo aiutarla a uscire dal fosso. Lo disse girando la testa, rivolta alla cima che prima le avevo indicato. Solo più tardi capii che in quegli occhi già c’era la giornata di oggi, che ci sono dei fatti decisi da tempo. Le diedi la mano, aggiungendo che non ero un cafone e che tre fichi non mi facevano ricco. Lei rise, guardandomi dentro. Iniziai ad avere una strana paura, così rimontai veloce sulla bici. Senza dir nulla, restammo intesi che la sua era da buttare. Prese i pezzi di gonna e se li raccolse tra le gambe, scansò il mio braccio sedendosi in canna. Disse mi chiamo Pierina, portami in cima.
Questo è accaduto due mesi fa, più o meno quando finisce la scuola e inizia l’estate. Da allora io e Pierina ci siamo visti tutti i giorni, alla stessa ora, passando molto tempo insieme, attraversando con la mia bici queste colline, a dir quasi nulla, spesso a studiarci sfrontati le voglie, ma sempre tacendo. D’altronde, non si poteva: Pierina era più grande, il frutto più pieno che avessi mai visto. Io ero un bambino, non altro, ma una cosa l’avevo azzardata e fu inteso che per lei andava bene.
Fin da quel pomeriggio, sulla via della sera, per stanchezza avevo poggiato il mento sulla sua spalla. Pierina non disse una parola, ma arrivati alla villa, un momento, mi aveva guardato in quel modo dei baci, scappando poi lungo il vialetto verso una voce che gridava dove sei stata. Il mento mi bruciava di un fresco che non conoscevo. Me lo portai fino a casa dove mia madre, sulla porta, mi chiese se avevo bevuto. Adesso stavo in piedi a guardare il mare, cercando di fissarmelo dentro, dicendomi questo momento non se ne andrà mai più. Pierina era dietro di me, seduta accanto alla bici, aspettava. In mano stringevo due spighe di grano: volevo che tutto finisse, scappare nel mare.
Capivo che non si poteva, che quella cosa che adesso mi faceva stringere i pugni sarebbe tornata, dopo Pierina, dopo l’estate, nei nomi di altri, sulle cime di altre colline. Capivo che nel mondo c’erano due tipi di silenzio: quello di chi arriva e quello di chi se ne va. Fu allora che sentii Pierina afferrarmi piano il braccio, da dietro, vòltati, disse, non fare il bambino. Allora tutto si fece confuso, provavo vergogna, il mare davvero mi era entrato negli occhi. Sentii un frusciare di passi, Pierina mi si fece davanti, piangeva anche lei.
Con le braccia conserte, col dispetto di quella sua debolezza, mi disse riparto domani, torno in città. Ricordo di aver continuato a fissare qualcosa di azzurro. Gettando a terra le spighe dissi io me ne vado. Solo più tardi, una volta tornato a casa, mi accorsi che Pierina mi aveva lasciato un pacchetto di sigarette, nel borsino di cuoio appeso alla bici. Nel pacchetto c’era una spiga e un biglietto con scritto ti aspetto al mare. Fu allora che iniziai a fumare, fu allora che entrai nel vero dei miei cattivi pensieri.
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