Uto Ughi, il genio del violino torna a suonare in Abruzzo: «Ricordo i concerti all’Aquila»

Il Maestro e l’esordio precoce: «Ho iniziato a 4 anni, servono studio e sensibilità»
Il maestro Uto Ughi si è nutrito di musica fin da piccolissimo, subito dopo aver imparato a parlare e camminare, o forse anche prima. A quattro anni già si esercitava con il violino; a sette anni debuttava al Teatro Lirico di Milano, sorprendendo critica e pubblico con il suo straordinario talento.
Maestro, quando ha capito che la sua vita sarebbe stata dedicata alla musica?
Difficile dire, ho avuto un’educazione musicale molto spontanea, mio padre suonava, non era musicista ma avvocato, però invitava spesso i suoi amici musicisti a fare quartetti, suonavano Beethoven, Mozart, Schubert. Allora io a poco a poco mi sono abituato alla musica, fin da quando avevo 2 o 3 anni e ho cominciato a studiare all’età di 4-5. Poi ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere dei grandi musicisti, come il mio maestro a Parigi, George Enescu, uno dei più grandi musicisti rumeni del secolo scorso.
Lei sottolinea sempre lo studio come parte fondamentale del suo percorso musicale.
Ho studiato a Ginevra, un paio d’anni a Vienna, la città della musica, poi a Parigi, con Enescu naturalmente. Nei mesi estivi andavo all’Accademia Chigiana di Siena: lì c’erano i più grandi musicisti e interpreti, invitati dal Conte Chigi, uno degli ultimi grandi mecenati. L’Accademia Chigiana era la più importante in Italia e forse al mondo, gli artisti più importanti a insegnare, a tenere corsi estivi: personalità come Rubinstein, Pablo Casals, Alfred Cortot, che hanno lasciato un segno nella musica di questo secolo. Posso dire di aver avuto un’educazione musicale eterogenea, volevo assorbire le varie scuole, i vari stili, le varie culture. In seguito, hanno invitato anche me a insegnare, ci sono andato per otto anni e ho avuto degli allievi bravissimi, tra cui Sayaka Shoji, una giapponese che ha vinto il concorso Paganini a 15 anni. Un grande talento.
C’è sempre un grande studio dietro il genio. Ma secondo lei le nuove generazioni hanno la possibilità, oggi, di avvicinarsi in questo modo alla musica o piuttosto c’è un divario difficile da colmare? Si fa abbastanza per la cultura in Italia?
Per quanto riguarda la cultura musicale, nelle scuole in Italia c’è lo zero assoluto, non si dà alcuna importanza all’educazione musicale, una cosa che invece dovrebbe essere di primaria importanza in un Paese che ha dato i natali ai più grandi compositori, musicisti, interpreti. L’Italia, insieme alla Germania, è stata sempre all’avanguardia della musica. Però a scuola non si insegna: trovo abbastanza vergognosa questa mancanza di attenzione per l’arte, cioè quello che ha reso l’Italia celebre nel mondo nei secoli passati.
Il mondo del teatro è uscito da un periodo terribile, la pandemia ha costretto alla chiusura gli spazi della cultura e solo da poco torniamo a godere degli eventi dal vivo: cosa è cambiato dopo la tragedia?
La pandemia è stata un colpo molto grave. La continuità dei concerti è stata interrotta, per un paio d’anni le esibizioni sono state ridotte al minimo, dovevamo farle all’aperto, oppure al chiuso con le mascherine. Adesso speriamo di riprenderci i nostri spazi. Ora, poi, c’è anche la guerra…
Ecco, la guerra... lei ha suonato spesso in Russia, qual è il suo stato d’animo rispetto a questo momento storico?
Ho suonato in Russia, a Mosca, a San Pietroburgo e anche con i grandi musicisti russi: conoscevo bene Rostropovich, ho avuto amicizie con Gergiev, Yuri Bashmet. La musica in Russia si studia con grande passione, è una materia di primaria importanza. Questa guerra è una cosa inspiegabile, la distruzione di questa tradizione. È a repentaglio non solo la Russia, ma la pace del mondo.
Proprio ieri il Teatro Petruzzelli di Bari ha reso noto di aver cancellato La Dama di Picche di Ciajkovskij, in programma nell'allestimento dell'Opera Helikon di Mosca. Cosa pensa della polemica che dopo l’aggressione all’Ucraina coinvolge la cultura e gli artisti russi?
Ridicolo, non si può mescolare la pazzia di un dittatore con la grande tradizione musicale e umanistica dei russi. Non parliamo, poi, della letteratura, del genio di Dostoevskij, di Tolstoj: erano apostoli della pace. Cancellare la tradizione per un pazzo come Putin, un criminale che ha scatenato una guerra incomprensibile, è terribile. Ci sono migliaia di morti, anche bambini, ci rendiamo conto della gravità? Siamo sull’orlo di un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Le guerre sono sempre state, fin dalla prima guerra mondiale e anche nella seconda, scintille provocate da menti malate. La guerra è una pazzia, ma è altrettanto folle cancellare una cultura, rifiutarsi di eseguire autori russi: altrimenti ci mettiamo sullo stesso piano dei criminali.
Suonare il violino significa, per l’artista, anche avere un gesto che diventa personale e riconoscibile?
Il gesto è una conseguenza dell’espressione e di ciò che l’interprete vuole trasmettere. Il gesto deve essere sempre subordinato all’espressione, la gestualità non deve essere un mezzo per fare effetto, altrimenti si rischia di diventare circo equestre, non è più arte. Il movimento che fa un violinista deve essere quello necessario al suono, senza accentuare mai un gesto eccessivo solo per impressionare il pubblico.
La musica è anche molto sacrificio, disciplina. Ha mai pensato che fosse “troppo”?
Io penso che ogni attività, quando è svolta con coscienza e passione richieda sacrificio, ma quando si ama quello che si fa non lo si ritiene oneroso. Quando si dedica una vita alla musica non si pensa di fare qualcos’altro. A me piace molto la letteratura, mi piace tutto quello che riguarda il pensiero che è alla base della civiltà: la musica fa parte di questo pensiero. Non è soltanto musica, è un pensiero filosofico.
Il compositore scrive la musica, che è la stessa per tutti i musicisti. Ma quando lei suona riesce a toccare corde ineguagliate. Cosa aggiunge l’interprete, cosa rende grande un’esecuzione?
L’esecuzione è grande quando l’interprete trasmette le intenzioni del compositore, ne ripropone lo spirito. È grande quando riesce a ricreare l’opera d’arte come se fosse la prima volta che viene eseguita. Ciò che fa grande un’interpretazione è la fedeltà alla partitura, ma poi bisogna metterci del proprio, bisogna attingere alla propria sensibilità. Ogni interprete ha una caratteristica, una identità, uno stile diverso dagli altri. Altrimenti le esecuzioni sarebbero tutte uguali. Ci sono tantissimi modi per arrivare alla verità, l’importante è cercare di arrivare a questa verità. Ogni violinista si esprime in modo particolare, ha un suo suono che è assolutamente inimitabile: è questa identità a rendere l’esecuzione viva e unica. L’interpretazione è qualcosa di imponderabile e non definibile.
Lei suona un Guarneri del Gesù del 1744 e uno Stradivari Van Houten-Kreutzer del 1701. Anche il violino ha una voce personale e unica?
Certo, ogni Guarneri, ogni Stradivari ha una identità diversa, non esistono due violini uguali, con due suoni uguali. La bellezza sta nella varietà.
Masestro, cosa ascolta nel suo tempo libero?
La musica abbraccia tanti periodi ed è utile conoscere tutti gli stili, dal barocco al classico, dal romantico all’impressionistico, al moderno. La musica contemporanea? Ascolto Stravinsky, Bartok, Shostakovich, Prokofiev, insomma i moderni, del ‘900.
Lei è impegnato anche nella promozione della cultura e nella difesa dell’arte e della bellezza. Sta seguendo qualche progetto, attualmente?
Faccio concerti per promuovere l’educazione musicale nelle scuole, che come dicevo prima è molto carente. Bisogna che gli interpreti escano dalle loro torri d’avorio e vadano incontro ai giovani. Se le nuove generazioni non ricevono una adeguata istruzione musicale, bisogna che gli artisti facciano quello che il ministero della Cultura e dell’Istruzione ha trascurato, in maniera abbastanza deprimente. Bisogna uscire, cercare di creare eventi per i giovani, spiegare loro la musica, spiegare anche con le parole per far capire il significato della musica. Ho visto che se noi artisti spieghiamo le caratteristiche di quello che suoniamo, i giovani ascoltano con maggiore interesse.
È stato spesso in Abruzzo, qualche ricordo particolare che la lega a questa regione?
Sono venuto spesso all’Aquila, a Collemaggio e in quel bellissimo teatro che poi è stato terremotato. Ho bei ricordi di questa città, ho suonato con i Solisti Aquilani, con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese. L’ultima volta sono venuto l’anno scorso, era appena iniziato il Covid e abbiamo suonato all’aperto, nella piazza.
Domenica, la musica del Maestro risuonerà nel bellissimo teatro Caniglia di Sulmona, uno dei migliori per acustica. Un’occasione imperdibile per ascoltare la sua genialità.©RIPRODUZIONE RISERVATA