Uto Ughi, la leggenda del violino inaugura il Go Abruzzo Festival

9 Giugno 2023

Il concerto domenica nel Duomo di Santa Maria Maggiore Il maestro suonerà con il pianista Leonardo Bartelloni

È considerato uno dei massimi esponenti della scuola violinistica italiana e uno dei più celebri al mondo. E domenica si esibirà a Guardiagrele, alle 21, nel duomo di Santa Maria Maggiore, accompagnato dal pianista Leonardo Bartelloni, per l’apertura della nuova edizione di “GO Abruzzo Festival”, organizzato dall’Associazione Guardiagrele Opera. Si tratta di Uto Ughi, leggenda della musica italiana.
Maestro Ughi, lei è considerato uno dei più grandi violinisti degli ultimi tempi. Pensa intimamente di meritare questo giudizio?
«Non so se merito questo giudizio. Ho sempre cercato di fare la musica con dignità e amore, se qualche volta mi è riuscito sono contento, se non mi è riuscito pazienza. Ma l’impegno c’è sempre stato».
Qual è la situazione dell’Italia nel settore della musica rispetto agli altri Paesi occidentali?
«L’Italia ha dato i più grandi musicisti, compositori e interpreti, però non ha fatto nulla per dare un’istruzione iniziale nelle scuole nelle materie d’insegnamento. Questo è molto deprimente. L’Italia, insieme alla Germania, è il Paese che ha dato i maggiori geni: è triste che non abbia un’adeguata educazione per il popolo nelle scuole. I ragazzi sanno chi sono i Maneskin, ma non sanno chi era Verdi o Puccini e questa è la vergogna italiana. Nonostante i tanti appelli di musicisti di grande valore, le scuole non si sono mai mosse. Sembra quasi che la musica sia un accessorio: se c’è, bene, se non c’è pazienza».
Lei ha sempre avuto a cuore la formazione dei giovani e la scoperta di nuovi talenti: intravede qualche cambiamento riguardo alla quantità e qualità dei giovani che tentano la carriera musicale?
«I giovani hanno dimostrato di saper fare molto. Ma ai tanti che studiano non viene data l’opportunità di esprimersi perché nei cartelloni dei concerti prevalgono artisti stranieri».
Maestro, che cosa ne pensa del livello dei conservatori italiani?
«In Italia ci sono ottimi insegnanti e altri meno meritori. È un Paese che ha troppi conservatori e poche orchestre, mentre in Germania ci sono tantissime orchestre e poche scuole di musica. Ai giovani che si diplomano non viene data la possibilità di suonare in orchestra proprio perché queste sono poche. Qui ci sono più di 80 conservatori con 15 orchestre, mentre in Germania è veramente l’opposto».
Negli ultimi anni nei conservatori italiani e anche nei concorsi si incontrano musicisti dell’estremo Oriente, e non solo, spesso eccellenti: qual è la ragione del successo che la musica colta occidentale incontra in quei Paesi e come mai è un incontro tanto fecondo, nonostante la distanza culturale tra le due aree?
«Sono andato varie volte in Giappone, c’è serietà professionale nelle orchestre, c’è un grande numero di gente che suona e che vince concorsi internazionali. Hanno una grandissima serietà di studio. Ho insegnato a Siena all’Accademia Chigiana per otto anni e ora mi hanno fatto direttore artistico del Centenario degli eventi dell’Accademia. Lì sono venuti i più grandi musicisti del secolo: ho potuto sentire le lezioni di Pablo Casals, di Andrés Segovia, era l’Accademia più importante del mondo. Quando insegnavo a Siena avevo giapponesi e coreani di grande talento e volontà. Agli italiani manca un po’ di determinazione e volontà, anche perché le istituzioni non li aiutano per mancanza di orchestre e di posti di lavoro. Tra i miei allievi a Siena c’è stata una giovane violinista giapponese che ha vinto il concorso Paganini a 16 anni. Un altro grande talento, un tedesco, ha vinto il concorso di Indianapolis, in America. C’erano grandi talenti e i giapponesi avevano disciplina e capacità di studio straordinarie, non dico meglio degli italiani, ma è diverso, hanno una determinazione che forse agli italiani manca ma per mancanza di opportunità e non di talento».
Guardiagrele Opera è un'associazione nata nove anni fa e che è riuscita a portare grandi nomi della musica in piccoli borghi. Visto il suo recente incarico al ministero della Cultura, nel Consiglio superiore dello spettacolo, che cosa pensa si possa fare per sostenere queste preziose realtà?
«Dobbiamo valorizzare l’identità italiana, aiutare molto di più i giovani talenti. Sono molto contento che ci siano ancora queste associazioni di provincia che conservano la tradizione, la strada maestra della grande interpretazione. Fa piacere soprattutto nei piccoli centri perché c’è meno dispersività e c’è più amore per quello che si fa».
Maestro, che cosa deve fare oggi un giovane musicista?
«Oggi è molto dura, perché la grande musica viene poco aiutata. Dico di perseverare, di seguire i propri ideali e attraversare anche i momenti di crisi con fiducia nell’avvenire e con perseveranza».
Conosce l’Abruzzo?
«Conosco in parte la vostra regione, ho avuto degli amici, ho suonato varie volte all’Aquila e ad Avezzano. C’è un pubblico attento e rispondente e che non privilegia il lato superficiale. Gli abruzzesi mi piacciono molto per il loro carattere profondo. Poi avete una natura meravigliosa. Varie volte sono stato anche in cima al Gran Sasso».
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