Valeria, l’editoria e la poesia erotica «È solo amore»
«Nessuno scandalo, con “Il battente della felicità” racconto in versi la rinascita di una donna»
MARTINSICURO. Valeria Di Felice è una giovane donna coraggiosa dai capelli fulvi. Coraggiosa perché in questi tempi di libri sempre più digitali e meno stampati su carta e di una Italia che legge sempre meno ha deciso di aprire una casa editrice, che porta il suo nome, nella sua piccola Martinsicuro dove è nata 34 anni fa. Coraggiosa perché ha scelto ostinatamente di puntare sulle raccolte poetiche, e la poesia – ancora, oggi più che mai – tutti dicono di amarla, ma poi non dà da vivere né a chi la pratica né a chi la edita, ma lei magari fa altri due lavori e arriva a fine mese «felice». Coraggiosa perché ha scritto e pubblicato una raccolta di liriche – “Il battente della felicità” – fortemente ascrivibile al genere della poesia erotica, genere che, scelto da una donna e che vive e lavora in una cittadina di provincia dell’Abruzzo, rischia di suscitare quantomeno battute sarcastiche e ironia da benpensanti.
A Valeria tutto ciò pare scivolare addosso senza lasciare traccia, sorride, e con tono pacato e sereno racconta i perché di strade imboccate senza ripensamenti, a costo di sacrifici importanti «che però la poesia ripaga». Non i versi crudi e maledetti di Bukowski, non le liriche di passione dolente di Alda Merini né quelle traboccanti di sensualità del conterraneo D’Annunzio a guidarla.
Da cosa è nata l’urgenza di scrivere poesia erotica?
«Erotica (ride)? Più che erotica direi poesia d’amore, o visione dell’eros come carica costruttiva, carica vitale. Ci sono stati diversi equivoci sul libro, l’opera è il canto di una donna che rinasce e riscopre se stessa attraverso l’amore per l’altro. Il battente del titolo è la soglia, non altro, voleva essere l’immagine che richiama una porta che si apre all’ignoto, al rischio di essere felice laddove la felicità non è altro che l’aprirsi all’altro, amare se stesso facendo spazio all’altro.
Però l’eros è ben presente nei versi.
Sono poesie che hanno in sé molta carnalità, ma anche intimità. L’ispirazione non è tanto tratta dalla passione, quanto dal desiderio di riproporre un luogo di incontro intimo che implica l’altro, fa uscire dal proprio rifugio interiore per riaprirsi alla vita. L’ispirazione è l’amore, poi c’è una ricerca linguistica nello scrivere che mi porta lontano.
Quanto tempo ci è voluto per scrivere “Il battente della felicità”?
Sono 33 poesie e ho impiegato circa un anno. 33 come la mia età quando ho cominciato. Un anno in cui sono morta e rinata. Le immagini dell’artista Gigino Falconi che accompagnano le poesie, e di cui sono onorata, sono tutte incentrate sulla figura femminile ritratta anche in momenti di intimità, perché nel libro prevale il senso della riscoperta della propria femminilità, che ha a che fare con la propria identità, perché siamo in un momento storico in cui solo apparentemente si valorizza la femminilità.
Quando la poesia l’ha “catturata” e con quali poeti?
Mi piace tanto Mario Luzi, e Neruda, Lorca. Sì questi sono i “fondamentali”. Ci si avvicina alla poesia nei periodi di crescita, da piccola era un mondo che mi affascinava, la usi in maniera terapeutica, invece poi capisci che è altro e che richiede una dedizione non indifferente: la poesia è una vera e propria strada da intraprendere per costruire il proprio mondo. Per me la poesia non è solo un modo per esplorare me stessa, ma di crescere.
E veniamo alla Di Felice Edizioni: come è nata questa cosaggiosa avventura?
Sana incoscienza, direi, più che coraggio, ma è prevalsa la motivazione profonda rispetto alla logica imprenditoriale. Amo i libri. Ho aperto nel 2010, dopo aver lavorato 3 anni per una casa editrice di Reggio Calabria facendo la spola mentre studiavo a Bologna per laurearmi in Antropologia e poi fare la specialistica in Geografia e processi territoriali. Sono tornata a casa e a 10 giorni dalla laurea, sulla scìa dell’entusiasmo, ho aperto un nuovo capitolo. Ed è nata la mia casa editrice con grande vocazione verso la poesia. L’obiettivo era (ed è)scegliere opere poetiche che mi piacessero.La poesia mi ha avvicinato a culture straniere. Ho cominciato con il Marocco, affascinata dalla poesia araba, ho aperto una collana di narrativa per il Mediterraneo diretta da Rita El Khayat (candidata al Premio Nobel per la Pace 2008 per il suo impegno per i diritti umani universali e la cultura della pace ndr). “Gli occhi del pavone” è il primo libro pubblicato, significativo perché è proprio di Rita e parla di “defililiazione”, la condizione dei genitori che hanno perso un figlio, il termine non esiste ed è stato preso in considerazione Accademia della Crusca. Via via ho ampliato il “filone” arabo pubblicando voci da Siria, Palestina, Egitto, Libano...
L’ultima fatica editoriale guarda addirittura al Premio Strega.
Sì, “Zeta l’ultima della fila” di Daniele Cavicchia, anche lui abruzzese, è stato proposto per lo Strega. Una bella soddisfazione.
Un bilancio di 8 anni da editore?
Grandi gratificazioni. E ci continuo a credere, perché ne sento l’urgenza.
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