Vedrai, vedrai che cambierà Il sogno negato del futuro

26 Agosto 2018

Il drammaturgo e attore Mambella racconta un incubo ispirato a Luigi Tenco «Dai, adesso ti chiudo gli occhi e te la canto mentre aspettiamo la fine...»

Tu non sei un pessimista. Tu sei il re dei pessimisti. Tu non sei di quelli che vede il bicchiere sempre mezzo vuoto. Tu sei quello che non vede neanche il bicchiere. Hai sempre avuto un talento cristallino nell’annusare prima di altri quell’intensa e pungente fragranza di zolfo lasciata dalle scie luminose che annunciano le novità. Fosse dipeso da te quel cavallo sarebbe rimasto fuori dalle mura di Troia ed il suo valoroso contenuto morto asfissiato, e magari il futuro sarebbe stato diverso. Il futuro già!
Quello che oggi viene simpaticamente semplificato con “2.0” e multipli. La piccola traccia che la tua lente esperta traduce come la prova di una sciagura che sta per abbattersi sull’umanità tutta. Fu così anche per l’”Editoria 2.0” ricordi? Tutta una frenesia di web, piattaforme, sinergie, pubblicità: quante immaginifiche torte da spartire! Tu l’avevi capito subito che erano pozzi avvelenati e che dietro quella contaminazione cominciava ad intravedersi la mano di quel nuovo e fantomatico nemico già troppo forte per quella platea di sfigati ancora troppo ingenua e nostalgica. Roba per palati fini l’Algoritmo! Freddo, esatto e spietato come la matematica, eppure che signorilità, che eleganza! La stessa del playboy affettato che mette alla porta la sua preda, dopo averla scopata, con la stessa amabilità con cui l’ha abbordata. Senti ancora il calore untuoso della sua mano sulla spalla, mentre accompagna la tua uscita di scena stimandoti. Ma che reazione la tua! Eroica! Giorni e giorni di resistenza, schiena a terra, a reggere faticosamente il soffitto con lo sguardo, ripassando mentalmente il refrain di “Vedrai vedrai” di Tenco.
Luigi…lui sì che ci ha visto giusto. Se non altro perché si è risparmiato l’invasione di queste afone cavallette che rappano invettive e litanie su melodie bitonali. Che tenerezza vederti piangere insieme a Luigi lacrime di gioia, quando il tuo terreno Santo in paradiso, un vero Santo, non uno di quelli la cui aureola è direttamente proporzionale agli incentivi statali, ti chiamò a lavorare nella sua azienda. Dopo quel pianto liberatorio, la tua esplosiva euforia si condensò tutta in quel “Che fortuna!”, che, come un volo d’insetto, attraversò la tua mente, perché un direttore navigato non può cedere all’emotività di una notizia, anzi, incaricasti subito i tuoi neuroni di nera di indagare quale sarebbe stata la moneta con cui avresti ripagato quella botta di culo.
Ma dopo il quarto rinnovo del contratto cominciasti ad apprezzare quanto lo spiffero del cambiamento stesse ossigenando i tuoi pensieri lividi. Era così che ti volevo ragazzo mio! Sfrontato ed ottimista come chi passa col rosso. Era così che ti voleva anche il tuo brizzolato direttore di banca, e quando gli proponesti di rinegoziare il tuo vecchio mutuo, la gomma con cui, ciclicamente, cancelli il rosso fisso del tuo conto, sfoderò un sorriso a trentadue Rolex; salvo poi serrare quella cassaforte labiale quando l’iridescenza scarlatta della scritta “Tempo Determinato” che marchia la tua fronte si diffuse nell’ufficio. E neanche il tuo raffinato sofisma su come possa il tempo determinato per eccellenza, cioè la vita, contenere un tempo indeterminato, lo convinse più di tanto. Filosofia nel tempio dei numeri? Illuso! Comunque forza, in piedi!
Le vite a tappe le vincono gli scalatori non i velocisti. Neanche nel tuo ultimo giorno di lavoro il tuo collega, che ha appena sette anni più di te ma che non può andare in pensione per la nuova riforma 4.0 (che te lo dico a fare…), ti dà tregua. E’ lì vicino a te nello spogliatoio, il regno in cui, in dieci minuti, è tradizione millantare imprese e fighe epiche. E’lì, mentre ti cambi, a sfogliare con il suo indice adunco lo schermo del cellulare per mostrarti le foto del nipotino. Quando esibisce quella del frugoletto che caga sul vasetto, vorresti dargli una spinta e…Cos’hai detto? Eccolo il mio vecchio satanasso! Grattala quella lampada perché il genio c’è ancora! D’altronde non è questo che vi chiedono le istituzioni? “Ragazzi, vedetevela tra di voi ma non rompeteci i coglioni”. Lo segui mentre scende le scale, una spinta, la caduta, un incidente, l’infortunio, a casa fino alla pensione, con il suo nipotino. Quello che voleva. Mentre tu sei già lì, pronto, formato e determinato, a tempo indeterminato. Quello che volevi. Vieni qua Genio! Fatti abbracciare! Il turno è finito, ci siamo, è il tuo momento. Deciso e implacabile! Lo segui mentre scende le scale.
La ferocia della tua mano schizza potente in volo ma si disintegra mentre è in aria e il tuo palmo plana dolcemente sulla sua spalla. Lui si volta e scherza “Che volevi farmi cadere per salutarmi?” Un buffetto alla tua faccia ormai liquida e le tue ghiandole lacrimali esplodono. Ti abbraccia mentre ti dice che vedrai, ti richiameranno presto perché sei una persona perbene, ed il tuo pianto tracima sulla sua camicia. Guardo nauseato questa scena degna di un romanzo Harmony. No, no, non così, cacasotto! Non era così che doveva finire! Vai via,via! Ti vedo sparire con l’utilitaria tra le tue nebbie cerebrali. Poi lo schianto contro un muro.
Non saprò mai se è stato un caso o l’hai voluto ma non importa, è comunque selezione naturale. E smettila di lamentarti, non farmi venire i sensi di colpa, cosa credi ho anch’io un cuore! Dai, adesso ti chiudo gli occhi e te la canto mentre aspettiamo la fine.
“Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà…”
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