Veronesi: «L’Aquila capitale così aiuteremmo i romani»

11 Novembre 2017

Lo scrittore di Caos calmo nel capoluogo per parlare di cinema e letteratura «Il film è opera del regista senza la pretesa di rappresentare l’autore del libro»

L’AQUILA. Non si arrende, Sandro Veronesi. La sua idea di «delocalizzare» la capitale supera l'orizzonte degli eventi degli ultimi anni. E anche a distanza di tempo dalle prime rivelazioni sugli scandali della “mafia in Campidoglio” lo scrittore, autore di Caos calmo e Non man's land, continua con l'idea che togliere lo scettro a Roma e assegnarlo a una città più piccola, nei paraggi, farebbe bene all'una e all'altra. L'Aquila e Perugia disse a primo acchito. L'Aquila ha ribadito giovedì, nel partecipare all'incontro valevole per il secondo appuntamento di Scrittori al centro all'Auditorium Sericchi. Un'iniziativa, a cura di Greta Salve col supporto della Fondazione Carispaq che ha già visto la partecipazione del giornalista e storico Paolo Mieli. «L'Aquila capitale? Perché no», rimarca. «L'idea verrebbe in soccorso a questa città colpita dal terremoto, ma potrebbe aiutare moltissimo i romani». Del resto, lo scrittore aveva già affermato che Roma è l’unica città al mondo che svolge quattro funzioni: capitale, metropoli, città sacra, città d’arte. Attività che rischiano di diventare occasioni per delinquere. «Politici accanto a camorristi e mafiosi, nello stesso ristorante, chiuso, poi riaperto, a mangiare pesce freschissimo. Diventerebbe marcia anche Oslo, così», aveva detto. «E l’unica funzione spostabile è quella di capitale».
Veronesi è nato a Firenze nel 1959 ha studiato architettura, prima di dedicarsi definitivamente alla scrittura. È vincitore del Premio Campiello nel 2000 e del premio Viareggio. Nel 2006 gli è stato assegnato il premio Strega con Caos Calmo. Al dibattito aquilano hanno partecipato Gabriele Lucci, scrittore esperto di cinema, e il giornalista di Repubblica Paolo d’Agostini. Oggetto principale dell'incontro: "Il cinema passivo", un dialogo sulla settima arte che Veronesi ha vissuto prima da appassionato, successivamente da "fratello d'arte" (Giovanni è un affermato regista) e infine come autore di fatiche letterarie spesso diventate film di successo. Una riflessione sul principio, trasmesso a Veronesi da Alberto Moravia, che il cinema è un’arte o, comunque, una disciplina autonoma; va da sé che i film devono essere il più possibile dei loro registi, senza la pretesa che rappresentino l’autore del libro da cui sono tratti. «Io sono stato felice della scelta di alcuni registi di fare trasposizioni dei miei libri», dice lo scrittore. «Non ho mai voluto interferire con la sceneggiatura perché non mi sento capace ma mi sono sempre emozionato ad andare al cinema, una volta terminato il montaggio».
Film che sono frutto della collaborazione di cineasti come Nanni Moretti. Nel 1995 Veronesi intervistò Carmelo Bene che sempre sosteneva che il cinema è sempre stato tributario della letteratura. «Di questo sono convinto anche io», dice, «che vengo da un percorso piuttosto particolare in cui ho messo da parte la mia passione per il grande schermo (da adolescente vedevo tantissimi film) salvo poi ritrovarla nel corso della mia carriera, come una sorta di influenza forzata, come del fumo passivo appunto».
Uno dei punti di collegamento tra letteratura e cinema è proprio una lunga videointervista (si parla di almeno tre ore di registrato) che Veronesi realizzò con Bene.
«Andai a trovarlo a Otranto e utilizzai a lungo il materiale raccolto», ricorda. «Gli chiesi di approfondire alcuni temi e lui mi regalò dei veri e propri monologhi che ancora oggi vengono ripresi e riutilizzati, oppure divulgati attraverso piattaforme come Youtube».
Questo dialogo con Bene lo spinse ad approfondire anche il ruolo dell’arte letteraria nella formazione personale. Una delle massime del suo genio teatrale lo portava a considerare la sofferenza come motivo di avvio di scrittura nei dilettanti e motivo di interruzione nei professionisti. «Se scrivi per scaricare sulla pagina la sofferenza», dice Veronesi a tal proposito, «allora forse sul momento riesci nell'intento ma poi non sai cosa fartene della scrittura. Quelli bravi hanno sempre saputo scrivere in qualsiasi condizione, anche da infelici. La scrittura è veramente terapeutica solamente se c'è un lavoro di terapia dietro».
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