Vespa: «Vi spiego perché il fascismo non può tornare»

6 Novembre 2019

Il nuovo volume del giornalista aquilano racconta gli anni della dittatura  l’ascesa del sovranismo in Europa e il passaggio dal governo Conte 1 al Conte 2

“Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare)” è il titolo del nuovo libro del giornalista aquilano Bruno Vespa in uscita oggi per Mondadori/Rai Libri (349 pagine, 20 euro). I primi otto capitoli sono dedicati all’ascesa al potere di Mussolini (1919-1922) e alla trasformazione della “democrazia autoritaria” in dittatura (1923-1925). Gli ultimi quattro all’ascesa del sovranismo in Europa e ai retroscena del passaggio dal governo Conte 1 al Conte 2 fino alle polemiche nella maggioranza successive al clamoroso successo del centrodestra in Umbria. Pubblichiamo un estratto della prima parte del libro.
di BRUNO VESPA
La mattina del 27 ottobre il Duce non sembrava ancora convinto della marcia. Alla luce delle testimonianze, De Felice ritiene che avrebbe preferito una soluzione politica, tant’è vero che in quelle ore Bianchi – il più acceso degli interventisti – supplicò De Vecchi – che invece remava contro – di raggiungere Perugia affinché i quadrunviri fossero uniti nell’azione: «Ormai non si può più arretrare… Evitiamo che ordini e contrordini risultino fatali». Il fatto è che l’indecisione di Mussolini non si trasformò mai in un contrordine all’ordine di far partire gli attacchi alla mezzanotte del 27 ottobre. Così, mentre il re e il presidente del Consiglio discutevano a villa Savoia, i fascisti erano nel caos.
Innanzitutto non si capisce perché avessero deciso di scegliere come quartier generale Perugia, pessimamente collegata a Roma con la ferrovia e con i tre previsti punti d’attacco (Santa Marinella, Tivoli e Monterotondo). All’hotel Brufani, presidiato da guardie in camicia nera, c’erano Balbo, Bianchi e De Bono, i quadrunviri più convinti dell’ineluttabilità dell’azione. Quando alcune squadre tentarono di occupare i punti nevralgici, li trovarono presidiati da soldati, carabinieri e guardie regie molto meglio armati di loro.
Ma il pasticcio grosso lo combinarono Roberto Farinacci a Cremona e Tullio Tamburini (uno squadrista così violento che nel 1925 Mussolini fu costretto a spedirlo in Tripolitania) a Firenze. Italo Balbo arrivò appena in tempo per scongiurare un assalto (perdente) alla prefettura fiorentina, dove era in corso un banchetto in onore del generale Armando Diaz, l’eroe di Vittorio Veneto che il Duce voleva mantenersi amico (e, infatti, lo nominò ministro della Guerra nel suo primo governo). A Cremona, Farinacci aveva dato l’assalto alla prefettura. Il prefetto prima aveva ceduto, poi aveva rinchiuso gli assalitori in una stanza, infine soldati e guardie regie avevano sparato ad altri squadristi che tentavano di scalare le pareti esterne dell’edificio. Tra gli assalitori si contavano morti e feriti. Inoltre, nel pomeriggio gli squadristi pisani avevano assaltato i punti chiave della loro città. Stessa cosa era avvenuta a Bologna. (Tra il 27 e il 31 ottobre 1922 restarono uccisi negli scontri con le forze dell’ordine 30 fascisti, di cui 10 a Cremona e 10 a Bologna e provincia.)
Ma torniamo a villa Savoia. Dopo aver ricevuto da Vittorio Emanuele l’ordine di garantire alla Corona la piena agibilità («Altrimenti me ne vado in campagna con ma fumna e ’l me mansà [mia moglie e mio figlio]» disse, ventilando l’abdicazione), Facta gli presentò le dimissioni. Alcuni storici le considerano durevoli, mentre De Felice ritiene che il re le respinse, altrimenti più tardi il governo non avrebbe potuto proclamare lo stato d’assedio. Alle 22, convinto che prima del mattino dopo non sarebbe accaduto niente, Facta pensò bene di andarsene a dormire nella sua stanza dell’hotel Londra, dove abitava a Roma. E diede lo stesso consiglio ai suoi collaboratori, che ubbidirono.
La marcia su Roma cominciò senza Mussolini
In quel momento Mussolini si trovava al teatro Manzoni di Milano in compagnia di Margherita Sarfatti e di sua figlia Fiammetta. Anche lui, esagerando, aveva voluto dare l’impressione di essere assolutamente tranquillo ed era andato a vedere Il cigno di Ferenc Molnár, una commedia che alla prima rappresentazione aveva avuto una lunga e favorevole recensione dal critico teatrale del «Corriere della Sera» («Fu applaudito quattro volte il primo atto, cinque il secondo, due il terzo»). Durante il secondo atto si era infilato nel suo palco Luigi Freddi, un giovanissimo giornalista del «Popolo d’Italia», destinato a una brillante carriera. Verso le 20 era arrivato in motocicletta alla sede del giornale un vecchio squadrista portaordini, chiamato Vulpevegia, il quale, partito da Perugia per comunicare istruzioni a Cremona, aveva trovato la città sottosopra e aveva ricevuto da Farinacci l’ordine di riferire al Duce che ormai la rivoluzione era scoppiata e lui non poteva fermarla.
Quando Freddi entrò nel palco dove Mussolini e la Sarfatti assistevano estasiati al secondo atto della commedia, il Duce gli fece cenno di prendere posto in silenzio. E solo quando il sipario scese, in un tripudio di applausi, gli consentì di dire finalmente quel che aveva urgenza di dirgli. Anzi, di dargli: il messaggio di Farinacci che, invece di confortarlo (la rivoluzione era finalmente arrivata), gli cambiò pessimamente l’umore, tanto da raggiungere di corsa il giornale. Mussolini dovette rassegnarsi: lo volesse o no, la marcia su Roma – o, comunque, la mobilitazione anticostituzionale, per confusa e pasticciata che fosse – era ormai inarrestabile.
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