Virzì: nel mio film entro nelle viscere del cinema italiano

10 Novembre 2018

Il regista al Fla di Pescara con “Notti Magiche” «Racconto il crepuscolo di un’epoca mitica»

PESCARA. Il crepuscolo «di un’epoca mitologica del cinema italiano» raccontato attraverso «il fervore di tre giovani aspiranti cineasti, alla scoperta di una Roma maestosa, affascinante, misteriosa e terribile». Questa l’anima di “Notti magiche”, con le parole del regista del film, Paolo Virzì, che giovedì ha inaugurato ufficialmente la XVI edizione del Fla-Festival di Libri e Altrecose al cinema Massimo di Pescara.
La proiezione è stata anticipata da un breve incontro con i giornalisti e seguita da un’intervista curata da Luca Sofri, direttore artistico della kermesse. «È un oggetto strano, misterioso, questo film. Un viaggio nelle viscere ammalianti e spaventose del cinema italiano nel momento del crepuscolo della stagione gloriosa e della fine di un’epoca», racconta Virzì. «Quando sono arrivato a Roma nel 1985 si celebrava l’ormai sicura morte del cinema italiano. I grandi attori erano stanchi, cominciavano a ritirarsi, a fare film meno belli. Non c’era ancora una nuova generazione che era emersa, ma sembrava che quella vecchia fosse inamovibile perché erano stati splendidi, erano pieni di onori e di glorie. Era abbastanza folle per un ragazzo andare a Roma a fare cinema. Era come dire: “Andiamo a fare un mestiere che sta scomparendo”. Invece, negli anni successivi a quelli che raccontiamo venne fuori una nuova generazione di autori. Il cinema italiano era al crepuscolo, ma sono 33 anni che assisto alla sua resurrezione».
La commedia noir di Paolo Virzì, scritta con Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, nelle sale italiane proprio da giovedì, si apre nella notte in cui l’Italia venne eliminata ai rigori dall’Argentina: il 3 luglio 1990. Erano le semifinali del Campionato mondiale di calcio, ospitato nel nostro Paese. Mentre i tifosi si disperano per l’eliminazione, una Maserati nera sprofonda nel Tevere. Al suo interno viene trovato il corpo del produttore cinematografico Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini).
Il sospetto cade su tre giovani aspiranti sceneggiatori, finalisti al prestigioso Premio Solinas: il colto siciliano Antonino (Mauro Lamantia), vincitore del Premio; Luciano (Giovanni Toscano) piombinese proletario e caciarone; Eugenia (Irene Vetere), fragile borghese romana. Il film procede a ritroso nel tempo, attraverso gli occhi dei tre ragazzi, interrogati al comando dei carabinieri, fino ad arrivare alla notte in cui Leandro viene ucciso. Illusioni, speranze, sgomento, disillusioni. “Notti Magiche” racconta l’avventura dei tre giovani nello splendore e nelle miserie dell’ultima stagione gloriosa del nostro cinema. Virzì in quegli anni, dopo il diploma conseguito nel 1987 al Centro sperimentale di cinematografia a Roma, muoveva i primi passi nella settima arte collaborando come sceneggiatore con Furio Scarpelli.
«Notti magiche è una commedia, un romanzo, un giallo, un dramma, una tragedia, un film erotico, un poliziesco. Un film sul cinema e su come il cinema racconta la vita», elenca il regista. Partecipata e applaudita la proiezione, cui è seguito l’incontroa cura di Sofri. Sul palco anche i talentuosi Giovanni Toscano e Irene Vetere. «Il film è diverso ogni volta che viene proiettato, misteriosamente diverso a seconda della percezione di chi lo sta guardando, dell’umore della sala, del colpo di tosse su una certa battuta, del silenzio che si è creato su una determinata scena. I film sono creature che prendono vita come Pinocchio e questa sera Notti magiche era nel pubblico del Massimo di Pescara», ha detto Virzì durante il dibattito. «A un certo punto della carriera, avevo pensato di me stesso di essere come quei ristoratori che sanno cucinare sempre la stessa zuppa. Questo film, che viene dopo l’esperienza americana, è stato un’appropriazione identitaria forte, ha rappresentato un senso di appartenenza a una comunità, a un Paese, a un’idea di cinema, a una storia. È come se proclamasse, senza solennità, con volto ironico, senza prendersi troppo sul serio: io sono un figlio del cinema italiano. M’innamorai di quella stagione, di questo carrozzone sgangherato, pieno di poesia e oscenità. Me ne innamorai e non sono andato mai via. Come dice Luciano nel film: Roma, io voglio sta’ qui tutta la vita».
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