Vita di Ivan Graziani il primo cantautore rock fra Teramo e il mondo

Si intitola “Ivan Graziani il primo Cantautore Rock” ed è il libro (Crac edizioni, 90 pagine, 12 euro) che Paolo Talanca ha dedicato alla vita e alle opere del musicista teramano scomparso nel 1997...
Si intitola “Ivan Graziani il primo Cantautore Rock” ed è il libro (Crac edizioni, 90 pagine, 12 euro) che Paolo Talanca ha dedicato alla vita e alle opere del musicista teramano scomparso nel 1997 all’età di 52 anni. Talanca, 37 anni, pescarese, è critico musicale, scrittore e saggista, blogger e articolista del Fatto Quotidiano e direttore di redazione del Premio Lunezia. Il volume ha una prefazione di Andrea Scanzi, giornalista del Fatto Quotidiano. In questa pagina pubblichiamo una parte del primo capitolo del libro.
di Paolo Talanca
Graziani nasce nel 1945 e, fino a quando non andrà a studiare a Urbino nel 1965, tutte queste cose le vive dalla provincia, da Teramo o – nel periodo delle superiori – da Ascoli; e senza internet. La vita di provincia non offre ovviamente le occasioni che potrebbero capitare nelle grandi città: Milano su tutte, come abbiamo visto. Ma, tra gli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, da una cosa ti mette in salvo: il rischio di omologazione. E con la musica tutto è esponenziale. E Ivan a quindici anni il suo apprendistato se lo costruisce da solo, di sana pianta. Parola al fratello maggiore, Sergio: «Ricordo che in giardino noi avevamo una costruzione che era stata fatta per i lavori extra di papà.
Ogni tanto capitava che passasse la notte a sviluppare pellicole per produrre il lavoro del giorno dopo, ma la casetta serviva anche di giorno, in quanto Ivan era stato costretto un po’ da tutti a rifugiarsi là dentro per allenarsi con la chitarra, perché faceva troppo rumore! Ha continuato per anni a fare pratica, basandosi su quali gruppi, su quali musiche non l’ho mai capito, però stava lì a suonare nella camera oscura. Stava lì ore con quella chitarra»3. Cosa ascolta in quel periodo lo dirà più avanti nelle interviste: gli Shadows e la colonna sonora de I magnifici sette; ma anche le musiche della serie televisiva Bonanza, i Champs di “Too much tequila”, Duane Eddy e poi il blues di B. B. King, ma tutto rigorosamente sperimentato direttamente, facendo sì che quella musica passasse per i suoi polpastrelli e venisse fissata sulla chitarra: «Il fascino di quelle prime esperienze me le sento ancora addosso. Sta nel piacere di suonare determinate cose, nella ricerca sulla mia chitarra di sonorità simili.»
Sin da adolescente, suona ovunque: porta persino serenate alle zingare, con la chitarra, secondo un’usanza nei matrimoni, fino a Pescara. Poi a casa di un suo compagno di scuola, Gianni Dale; Ivan suona ovviamente la chitarra, Gianni il piano. Ivan, che veniva dagli ascolti e dalle sperimentazioni che abbiamo appena visto, nei primi anni Sessanta non strimpella Tenco o Paoli. Si diverte a fungere da chitarra da accompagnamento e solista in un sol colpo. Gira molto, e non solo in Abruzzo, per suonare nell’orchestra teramana del padre di Gianni, Nino Dale, assoldato come chitarrista virtuoso, fino in Tunisia. Quando va in giro con i ‘Nino Dale and his modernist’s’ suona di tutto, da canzoni per far ballare in pista, a Renato Carosone. Ma già da giovanissimo comincia a scrivere canzoni sue. Lui vuole fare il cantautore, non il chitarrista di un gruppo. E poi ascolta i Beatles, e li suona. E tanto. Ora: non ci sarebbe proprio niente di strano nel suonare i Beatles, visto che negli anni Sessanta non si contano i gruppi beat, loro epigoni, nati in Italia. Ma Ivan vuole fare il cantautore, ha l’urgenza di dire le cose attraverso proprie canzoni. Con testi nuovi, con grazia e lievità, più colloquiali. Esattamente come Paoli, Lauzi e tutti i cantautori degli anni Sessanta. Ma c’è una differenza essenziale rispetto a loro, oltre a ciò che abbiamo visto: Ivan vuole fare il cantautore partendo da virtuoso dello strumento, senza snobbare il rock ‘n’ roll (anzi!), senza sentirsi in dovere di parlare di politica (semmai di sociale), senza voler apparire intellettuale, esistenzialista e polveroso. Lo farà in maniera naturale, attraverso quella proficua strada che porterà il rock ‘n’ roll fino al progressive, con caratteristiche più coscientemente artistiche, di ruvidezza e di rottura, che si chiamerà semplicemente ‘rock’.
Nel periodo del suo primo vero gruppo, gli ‘Anonima Sound’, Ivan ha già in mente cosa vuole fare. Ce lo dice Velio Gualazzi, papà di Rafael e batterista del gruppo, ricordando le parole dello stesso Ivan: «Ho in mente un genere nuovo. Vorrei fare pezzi molto melodici che poi sfociano all’improvviso in tempi composti». Era il 1969 e Ivan stava prefigurando il progressive all’italiana. Veniva dai Beatles, forse non ascoltava i francesi e gli interessavano poco i contenuti di Dylan, quindi il mondo artistico dei cantautori era sostanzialmente lontano per Ivan Graziani; non l’intenzione. Questa fu la sua forza, perché gli permise di perfezionare la potenza del groove, quella immediatezza comunicativa che deriva dal suono, prima che dalla parola. Da qui nasce la sua caratteristica principale: l’unicità.
L’apprendistato di Ivan, insomma, è naturale, parte dalla sua chitarra e non da qualsiasi tipo di moda. Prende solo il buono dal fenomeno dei cantautori e dalla canzone d’autore. La provincia lo salva, e lui questo concetto lo canterà in molte canzoni, sottolineandone anche i rischi a cui può portare: il farsi risucchiare dalle piccole meschinità, dai bigottismi; o semplicemente subirli. Oppure, una volta in città, il sentirsi inadeguati nei comportamenti, un’eccessiva timidezza, il disfattismo e la sciagura di non credere nei propri mezzi. Comunque, questo star lontano da ogni tipo di omologazione sarà, per sempre, la sua salvezza artistica e anche una cifra importante della sua poetica. E una cosa che pagherà, perché il mondo del pop gira proprio in senso opposto: lì essere riconoscibili vuol dire aver vita facile per poter vendere agevolmente al pubblico questa riconoscibilità, e così Ivan Graziani risulterà sempre irregolare, mai un prodotto in serie. Una delle omologazioni principali in cui Ivan non rimarrà mai imbrigliato sarà quella della pretesa politicizzazione della canzone e dei cantautori impegnati, negli anni Settanta principalmente: la più grossa omologazione della storia della canzone italiana, nella quale tutti i più grandi – a volte loro malgrado – sono caduti e dalla quale solo in pochi hanno saputo tirarsi fuori. Il disegno è l'altra grande espressione artistica di Ivan Graziani.
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